mercoledì 6 giugno 2018

NORVEGIA: IL DIETRO LE QUINTE


Spesso mi sono sentita chiedere come mai viaggio da sola. Ho sempre dato risposte evasive, forse perché nemmeno io sapevo la vera ragione. O meglio: a me stessa dicevo e dico che organizzo i viaggi a caso, di getto, e dunque è impossibile coinvolgere qualcuno in una pianificazione che dura sì e no dieci minuti mentre sono intenta a tagliarmi le unghie dei piedi o rotolare dentro il copripiumone matrimoniale nel tentativo di trovarne gli angoli. 

Avete presente quando sapete di avere delle dolci e buone mele gialle in frigo e a un tratto vi viene voglia di addentarne una? Io no, perché sono allergica alle mele, però immagino che andiate in cucina, afferriate una mela, la laviate e vi affondiate all’interno i vostri denti. Perché? Perché ne avevate voglia. Io so di avere più app di viaggio sul telefono che numeri salvati in rubrica, quindi quando mi annoio e deprimo pensando a quanto sia insignificante la mia vita in questa città (pleonastica perifrasi per dire sempre) cerco voli a caso e li prenoto: tutto nella stessa sera, nell’arco di pochi minuti. Ho prenotato un volo per il Lussemburgo dall’aula di una lezione universitaria, perché la prof parlava a vanvera. E questa non è una scusa: come sarebbe pensabile invitare qualcuno?

“Oi allora che ne dici di andare nel paese di Molto Molto Lontano?”
“Ci starebbe, volentieri. Controlliamo un po’ e organizziamo.”
“No, in realtà ho già il biglietto nel carrello di Ryanair.”
“Ma come? Io non te lo so dire adesso.”
“Intanto io prenoto.”

Ci ho provato. Giuro che ci ho provato. Ho provato a scrivere ai miei amici e proporre loro weekend via. Mi hanno detto che mi avrebbero fatto sapere entro dieci giorni. Sono passati due mesi.

Ma la verità è un’altra. La verità è che i miei viaggi non sono solo le foto che pubblico su Instagram: i motivi per cui viaggio da sola sono da cercare nelle cose che non fotografo. Ma andiamo in ordine, parliamo della mia fuga in Norvegia andando in ordine.

Tutto è nato una sera di qualche mese fa, completamente per caso. Avevo chiesto di aggiungere un giorno di ferie ai quattro consecutivi che, come da mio turno mensile, avrei avuto di riposo: volevo tornare a Milano. Erano settimane che mia mamma mi stressava l’anima dicendo che l’ultima volta che ero tornata a casa era gennaio e giugno era un sacco lontano. Ho così pensato di prendere un giorno di ferie, prenotare un volo di nascosto e presentarmi al civico 15 di sorpresa: avevo già visto gli aerei. Pochi minuti prima di comprare i biglietti, per scrupolo, ho indagato su quali fossero i piani della mia famiglia per quei giorni.

“Io e il papà andiamo ai Caraibi!” Risponde mia madre, mettendo qualche emoji a caso – probabilmente c’era anche quella col muco, la sua preferita e sempre presente in ogni comunicazione, di qualunque tipo. “Tu cosa fai?”

Online su WhatsApp: che minchia dicevo? Che volevo tornare a casa ma non a pulire il culo ai miei due fratelli?

“Io pensavo di andare a Dubai.”

Non so dire le bugie, così dico inevitabilmente cose che non stanno né in cielo né in terra.

“Bellissima Dubai,” commenta mia madre.

Ho iniziato a crederci anche io. Ho iniziato ad autoconvincermi che volessi davvero andare a Dubai cinque giorni. Ho guardato i voli e ho trovato anche gli hotel. Con la schiena appoggiata alla testiera del letto fissavo il mio minuscolo armadio a due ante: non ho manco un cazzo di pantaloncino corto. Non che ne abbia minimamente bisogno qui, dove a giugno dormo ancora col piumone e di giorno esco con la giacca di pelle. Ma a Dubai non potevo andarci con jeans. Ho pensato che sarei andata da Primark a comprare degli stracci a caso.

Io sarei andata a Dubai. Ma prima mi sarei fatta un bel bagno caldo, nella mia vasca.

Mi sono asciugata, mi sono tolta l’accappatoio e ho prenotato un volo andata e ritorno per Oslo. Il resto non me lo ricordo. Non mi ricordo che voto avessi in geografia al ginnasio, ma sono piuttosto sicura che fossi consapevole del fatto che Oslo non fosse un emirato arabo.

Pochi giorni dopo aver prenotato i voli, ho scoperto che a Oslo non c’è assolutamente nulla da fare: il bello è a otto ore di treno di distanza. Si trattava di sedici ore, fra andata e ritorno, da dover passare in treno, in cinque giorni. Infattibile. Così infattibile che una sera ho prenotato i miei biglietti del treno.

Sono arrivata in aeroporto all’una e mezza di notte, il mio pullman ha fatto mezz’ora di ritardo. Ho anche pensato non passasse più, e stare in piedi da sola alla stazione degli autobus di Hanley mi ha fatto capire che nella vita ho solo idee di merda. 





Per fortuna un uomo con la faccia completamente ricoperta di tatuaggi mi ha detto che dovevo solo aspettare, il pullman sarebbe arrivato. Faceva freddo, la notte prima avevo dormito due ore e pioveva. Non potevo sedermi sulle panchine di ferro e prendere l’ebola, dovevo stare in piedi o mi sarei bagnata il culo. Avevo già passato la notte in aeroporto in passato, quindi ero molto calma a riguardo. A Ciampino avevo conosciuto due fidanzate con la testa rasata che mi avevano fatto scoprire Ruby Rose. Mi avevano detto che ero simpatica anche se (ai tempi) andavo in Cattolica.

La temperatura all’aeroporto di Manchester sfiorava lo zero assoluto. Decine di persone accampate sulle panchine provavano a dormire mentre gli uomini della sicurezza parlavano fra di loro col tono di voce più alto mai udito e mentre le donne delle pulizie giravano per l’aeroporto con delle specie di trattori per lucidare i pavimenti: i macchinari più rumorosi della storia. Il Folletto super silenzioso in UK non è ancora arrivato.

Ancora una volta ho capito che avevo avuto un’idea di merda e avrei dovuto prenotare un taxi per le quattro del mattino.

Ricordo l’aeroporto che alle cinque inizia a riempirsi di addii al nubilato e al celibato e inglesi che tracannano birre come se fossero le nove di sera, e ricordo il mio risveglio con le hostess che annunciano l’atterraggio in dieci minuti. Guardo fuori dal finestrino e mi rendo conto che Dubai su internet sembrava un po’ diversa, ma anche con tutto quel verde pareva meravigliosa.

Sono atterrata alle dieci del mattino con approssimativamente quattro ore di sonno alle spalle, sommando due notti. Esco dall’aeroporto e vengo assalita dai tipici trenta gradi norvegesi: o ma alla fine ‘sto cazzo di volo l’avevo prenotato per Dubai o per Oslo?

Un caldo atomico, infernale. Avrei iniziato a puzzare in tempo zero. E non sapevo quando avrei visto una doccia.

Lascio lo zaino in stazione e cerco un posto in cui pranzare: qualcosa di veloce, un panino economico. Ecco come ho appreso che in Norvegia la parola economico non esiste fra i lemmi del vocabolario. Ma più ancora dei panini per pranzo, la cosa spaventosamente più costosa è l’acqua: una bottiglietta d’acqua al supermercato si aggira intorno ai tre euro e cinquanta – e puoi essere tirchio quanto vuoi, ma quando becchi cinque giorni con trenta gradi, sputtani anche tutto il tuo stipendio in acqua fresca (l’acqua gassata a garganella è davvero troppo costosa, quindi va bene anche quella naturale).

Ho avvertito tutti che ero arrivata finalmente a destinazione e ho iniziato a innamorarmi di ogni singola ragazza norvegese che incontrassi per strada: bellissime, divine. Alte, bionde, con gli occhi azzurri e la pelle abbronzata: quella tipologia di figa che pur essendo dai tratti chiarissimi, prende un delizioso colorito dorato al primo sole. Io stavo sudando come un cinghiale, avevo un sonno inaudito e non sapevo come rispondere ai messaggi di quelli che mi scrivevano che “potevo andare in hotel a farmi una doccia e riposarmi un attimo”.

Punto primo: non prenoto un hotel da sola da quando sono andata in Lussemburgo dove non esistono ostelli.
Punto secondo: io un posto letto quella sera non ce l’avevo, avevo un sedile riservato su un treno diretto a Bergen.

Ma non mi sono persa d’animo e ho iniziato a esplorare Oslo: la tizia al centro informazioni della stazione mi aveva detto che seguendo il corso del canale sarei arrivata a una cascata. Mi aveva anche mostrato sulla mappa tutte le principali attrazioni della città, e per farvi capire come Oslo meriti assolutamente una visita immediatamente, posso dirvi che nessuna si trova in centro. Ho iniziato a chiedermi dove cazzo fossi atterrata, ma come vi dicevo non mi sono persa d’animo e ho iniziato a seguire il canale, impaziente di trovarmi di fronte alla maestosità di una cascata scandinava. Cammino approssimativamente per cinquanta minuti, senza trovare manco una fontanella e quindi bevendo gocce di acqua calda dalla bottiglietta per la quale avevo aperto un mutuo poco prima alla Coop. Spesso penso di girare i tacchi e tornare verso il centro, finché arrivo finalmente a destinazione: penso che lo sputo di Leonardo Di Caprio dal ponte del Titanic possa considerarsi più una cascata di quella specie di sciacquone del water cui mi sono trovata davanti. Ma ero esausta, puzzavo già come una capra e sotto il sole cocente c’era un masso che chiamava il mio culone: mi sono seduta e ho chiuso gli occhi – per tre quarti d’ora mi sono lasciata cullare dal rumore dell’acqua e ho pensato che sì, mi basta un biglietto aereo che mi porti lontano da Stoke-on-Trent per essere serena.

Ho poi ripreso a camminare a zonzo, tornando verso il centro e passando accanto a quei palazzi che non puoi non guardare quando vai in una nuova città: l’interessantissimo teatro, l’indescrivibile comune, lo spettacolare palazzo reale nei cui giardini mi sono spiaggiata come una balena.

Non è un blog di viaggi per cui non aspettatevi la descrizione dettagliata degli angoli più scenografici della città: è un blog dove parlo male di me stessa quindi sappiate che il fatto che abbia passato una notte in treno non è assolutamente la parte più triste della vacanza.

Sulla Norvegia, però, è bene che sappiate una cosa: non solo è costosissima, ma ha anche del cibo assolutamente buonissimo, il che vi fotte. E lo dico da italiana che caga il cazzo in ogni posto in cui va. La Norvegia è il primo Paese in cui ho trovato paesaggi da mozzare il fiato, e cene da acquolina in bocca. Ma non come se andassi in Giappone e yee, sushi top strabuono la la la. Il sushi la terza sera di fila mi ha già rotto le palle. In Norvegia ho mangiato alce, bistecca di balena, renna, zuppe di pesce, pesce fresco, pesce scottato e lui, Sua Maestà il Salmone. Voglio dirvi una cosa: non avete mai mangiato il salmone. Non mi importa se vivete al mare e avete il pesce buono, calmissimi: il salmone che siamo abituati a mangiare non è nemmeno salmone – e già lo consideriamo buonissimo! Pensate dunque quanto squisito sia il vero salmone norvegese mangiato al mercato del pesce di Bergen.

Ma cosa ve lo dico a fare, andateci.

Bistecca di balena


Spezzatino d'alce



Quando finalmente è arrivata l’ora di prendere il treno per Bergen, alle 23:35, ero completamente esanime. La cuccetta costava troppo, più del doppio del posto normale (che già aveva un prezzo interessante), così mi avvio verso il mio scomodissimo sedile. Mi tolgo le scarpe e causo la morte per asfissia di qualcuno anche in Nuova Zelanda, mi reco come fossi a casa mia, scalza e sbadigliando senza mettere la mano davanti alla bocca, al bagno della mia carrozza. Mi guardo allo specchio e mi faccio schifo, mi abbasso i pantaloni per fare la pipì e santo il vostro Signore, mi era arrivato il ciclo.

La notte in treno è poi andata meno peggio del previsto: mi sono svegliata ogni ora ma tutto sommato sono riuscita a dormire, considerando che alle quattro in punto del mattino il sole è sorto ed era più potente di quello che si vede nei servizi di Studio Aperto quando raccomandano di bere tanta acqua e non uscire nelle ore più calde. Sono arrivata a Bergen alle 7 del mattino e il mio ostello era chiuso: la reception apriva alle 9, pertanto prima di quell’ora io e le mie mestruazioni avremmo dovuto andare a zonzo. Mi sono seduta al porto a prendere il primo sole, lasciandomi cullare da una lieve brezza: era tutto molto romantico se non fosse che non mi facevo la doccia da circa trentasei ore, a farmi compagnia non c’erano manco i gabbiani, mi scappava la cacca. Ho fatto colazione con un panino al cioccolato comprato alla Coop della stazione la sera prima e tracannando Coca Cola Zero al limone, mi sono messa il mio zainone in spalla e ho iniziato a camminare. Sono arrivata a una funicolare: apriva alle otto e mezza. Ho conosciuto un indiano, un indiano con l’accento più indiano che avessi mai sentito, che mi ha detto di essere californiano: non proprio quello stile Ryan & Marissa di The O.C., ma non facendomi la doccia da più di un giorno non è che potessi attirare fighi epici. Ho chiacchierato un po’ con il mio amico califindiano, che mi ha salutato con la stretta di mano più lunga, imbarazzante e fastidiosa della mia vita, poi ho comprato il mio biglietto per arrivare in cima al monte Fløyen. Mi sono seduta sulla funicolare da sola e ho capito che quella era stata l’idea migliore della giornata: prendere la prima funicolare da sola, quando tutti gli stronzi fortunati con un letto erano ancora sotto le lenzuola. Sono arrivata su e per prima cosa ho fotografato delle capre, perché sì. 





Poi mi sono messa ad ammirare il panorama. Ho scattato un po’ di foto e mi sono persa per i sentieri di montagna, fra alberi e uccelli che non la smettevano di emettere assordanti cinguettii. Era tutto molto bello, anche se non mi facevo la doccia da trentasei ore, avevo uno zaino pesante e mi scappava ancora la cacca. Dopo aver vagato un’oretta per i boschi, faccio ritorno al balcone turistico. La gente si era svegliata, sento grida, vedo ombre, odo porconi: eccoli, erano gli italiani all’estero. Erano una mandria, avevano una guida italiana, avevano giacche a vento Decathlon che solo a guardarle mi facevano sudare ancora di più – e io non potevo permettermi di sudare ancora di più.

Una coppia mi chiede di scattar loro una fotografia e poi insiste per ricambiare: non mi facevo la doccia da trentasei ore, mi scappava la cacca e avevo il sole dritto negli occhi. Non potevo che uscire un aborto.


Entrambi gli occhi chiusi sono mainstream, quindi eccomi con uno aperto.


La giornata ha però ben presto preso un risvolto positivo: in ostello mi hanno detto che la mia stanza era accessibile da subito, non dovevo aspettare le 14 per il check in. Mi sono così fiondata al terzo piano e ho aperto la stanza: per la prima volta avevo finalmente avuto il letto in basso del castello, sì. In stanza c’era già una coinquilina, e da lì avrei dovuto capire che avevo scelto l’ostello sbagliato. Lei aveva approssimativamente settantacinque anni, era danese e si arrampicava sul letto a castello come King Kong sull’Empire State Building. Quello che mi preme dirvi, però, è che mi sono fatta una doccia, una lunghissima e rilassante doccia e poi mi sono stesa a letto. Non ho dormito, ma come direbbe mio fratello, ho riposato il corpo con gli occhi chiusi. Ho pranzato al mercato del pesce, regalandomi un orgasmo palatale, ho fatto un giro per la città, comprato del salame di alce, renna e balena da portare a casa e sono tornata in ostello dove ho davvero dormito un’ora, prima di recarmi a cena nella meravigliosa zona di Bryggen – la Norvegia che tutti abbiamo in mente, con le casette colorate, con lo sfondo verde delle montagne alberate.











Insomma, a Bergen stava andando tutto benissimo, la bistecca di balena era molto buona, come la tipica zuppa di pesce, non vedevo l’ora di farmi una meritata notte in un letto – non comodissimo, ma dove sdraiarmi orizzontalmente.

Sono le nove e mezza di sera quando, esausta, torno verso YMCA Bergen Hostel.

Segnatevi questo nome prima di procedere con la lettura.

Raggiungo il terzo piano e apro la porta della stanza numero 309: sei letti. Avevo conosciuto solo la nonna e un altro uomo di mezza età, prima di cena. Mi basta mettere un piede in quello sgabuzzino per essere assalita da un fetore nauseante – e non potevo essere io, perché la doccia alla fine ero riuscita a farmela. Ci sono altre due ragazze francesi che si stanno facendo il letto. Il mio è sotto la finestra e non è vuoto.

C’era un uomo che dormiva nel mio letto.

Un uomo che puzzava di morto.

Purtroppo però l’uomo non solo non era deceduto, ma era anche monco, sporco, senzatetto e tremendamente obeso.

“Quello è il mio letto,” grido con un filo di voce.

Si gira, si siede, è lurido, è in mutande, è nel mio letto e puzza da fare schifo.

“Glielo avevo detto che non poteva stare lì,” ribatte una ragazza francese.

Giro i tacchi e corro alla reception: chiusa. Scendo le scale e mi catapulto nel ristorante accanto.

“Scusami, non lavoriamo in associazione con l’ostello.”

Sul portone di quel maledetto ostello trovo un numero di telefono. Lo chiamo. Manderanno la sicurezza a breve.

Arriva in bicicletta l’unico norvegese cesso e non biondo del Paese, che mi tranquillizza subito con un “io non sono mai stato in questo ostello, non so bene cosa fare o dove andare”.

Perché cazzo non sono andata a Dubai.

Lo porto al terzo piano mentre gli spiego la situazione. Apre la porta della mia stanza e mi guarda: “Che odore!” Ero paralizzata ma spero dal mio sguardo abbia capito che io la doccia alla fine me l’ero fatta. Mi dice che ha fatto spostare il senzatetto dal mio letto, ma il tizio gli ha detto che il manager dell’ostello lo aveva autorizzato a usare il mio letto, quindi non poteva cacciarlo dalla stanza.

Era surreale. Era surreale ma non bello come in Notting Hill, era surreale e merdoso, ecco com’era.

Esigo una nuova stanza, lenzuola pulite e delle spiegazioni, ma quello che avevo di fronte, oltre a essere l’unico norvegese moro e roito, era un addetto alla sicurezza della città in generale, non dell’ostello, dunque non sapeva cosa dirmi, né aveva un contatto di riferimento. Comincia ad aprire forsennatamente tutte le porte che trova, alla ricerca della lavanderia, poi si arrende.

“Temo che per questa sera tu debba cercarti una stanza d’hotel. Oppure comprarti delle lenzuola pulite. Mi dispiace, ma hai visto? Era monco e non poteva salire la scaletta del letto a castello, quindi si è messo nel tuo.”

Non so precisamente cosa dire, cosa commentare, così passerò direttamente al raccontarvi come la gita del giorno dopo sia stata meravigliosa: avevo pagato duecento sterline per un solo giorno, per cui se solo fosse stata bella e non bellissima avrei messo le mani in faccia a qualcuno. Sono andata a vedere i fiordi, con un incredibile viaggio in treno prima, in pullman poi, per poi godermi due ore meravigliose in barca, passate tutte con la bocca aperta e gli occhi sognanti. Il paesaggio era assolutamente mozzafiato: come lo vedi su Google prima di partire, con gli stessi colori vividi, che stregano. Correvo da un lato all’altro della barca, per non perdere nemmeno un centimetro di vista, mentre continuavo a incrociare lo sguardo di un ragazzo americano. Si era seduto accanto a me in pullman e mi aveva posto qualche domanda. Non avevo nessuna intenzione di fare conversazione, ancora incazzata come una bestia per la notte prima; però avevo notato che aveva gli occhi più blu che avessi mai visto e un enorme taglio sul polso sinistro.







La barca si è fermata a Flåm, dopo essere passati per il sito patrimonio dell’UNESCO Nærøyfjord. Sono andata in spiaggia per un’ora e poi ho preso il treno tipico della zona: un treno da film, pittoresco, scenografico – in una parola, top. Arriviamo a un certo punto in una galleria, ero nella prima carrozza e vedo il capotreno uscire dal suo sgabbiozzo e invitare tutti i passeggeri a scendere. Non poco infastidita, raccatto il mio zainetto e scendo, parecchio furiosa perché mi stavo rilassando.
Mi trovo davanti a una enorme cascata, con l’arcobaleno e una soave musica di sottofondo: alzo gli occhi e in cima a una montagna c’è una ballerina che agita deliziosamente il corpo, creando onde di colore col suo abito rosso porpora e i suoi capelli scuri, lunghi.





Era surreale, e questa volta era pure bello.

Ero in mezzo al nulla, in Norvegia, sui binari del treno di fronte a una cascata, con l’arcobaleno, ad ammirare una ballerina in cima a una montagna. E se già a parole suona magico, immaginate come sia stato per me viverlo davvero.

La giornata, insomma, era stata fantastica, così fantastica che non poteva che concludersi con una notte in treno, otto ore, per rientrare a Olso. Fuori dal finestrino scorrevano paesaggi che ormai avevo fatto miei, ma vederli con la luce della luna era, di nuovo, un’altra incredibile emozione. Dei colori norvegesi gli occhi non si stancano mai.

Sono arrivata a Oslo alle sei del mattino, e questa volta in ostello la stanza non potevano darmela fino alle 15. L’ho preso immediatamente come un segnale positivo e sono andata a bermi la sedicesima Coca Cola Zero al limone della vacanza. Ho potuto usufruire della colazione dell’ostello e penso che l’Inghilterra non mi abbia mai regalato un pasto che fosse nemmeno la metà, in termini di bontà, di quello. C’era il pesce a colazione, c’erano centrifugati alla fragola e c’era un’americana che ha tentato di rimorchiarmi, mentre un mio amico mi chiedeva su WhatsApp se avessi limonato da quando ero arrivata. Ma la risposta, ancora una volta, era la stessa per entrambi: non mi facevo la doccia da di nuovo trentasei ore credo, e arrivavo da una notte in treno, di nuovo senza cuccetta.

Ho preso il battello e sono andata all’isola di Hovedøya, dove non c’era nemmeno un bar e ho rischiato la disidratazione. Ho cominciato a camminare, sicura del fatto che essendo un’isoletta, prima o poi mi sarei ritrovata al punto di partenza, camminando sempre sulla costa. Ho camminato per più di due ore, su un’isola grande come uno sputo, e il porto non arrivava mai. Ho raggiunto angoli super carini, isolati e silenziosi, ma ero stanca, avevo sete e continuavo a starnutire. Peraltro gli uccelli facevano un casino bestiale. Non ho minimamente il senso dell’orientamento e mi sono persa, lasciando gli altri turisti alla spiaggia principale, affollata e caotica. Mi piace trovare questo lato positivo mentre rifletto sul fatto che sia stata in grado di perdermi su un’isola grande come piazza Duomo. Non la smettevo più di camminare e non incontravo mai nessuno, finché due ragazzi hanno iniziato a seguirmi. Erano con me sul battello d’andata e stavano anche loro cercando il porto: avevamo guardato insieme una mappa, e nessuno ci aveva capito nulla. Io però avevo iniziato a camminare verso destra, mostrando una incredibile sicurezza, così loro mi avevano seguito. Il porto sembrava non avvicinarsi mai, finché uno dei due abbozza all’altro:

“Non credo che lei sappia dove sta andando.”

Avrei voluto girarmi e dir loro che sono venticinque anni che non so dove sto andando, ma dovevo mostrare la stessa sicurezza che avevo millantato davanti alla cartina. Dopo circa venti minuti siamo arrivati al porto – non so precisamente come, credo che Dio abbia modificato i sentieri dall’alto con i suoi superpoteri.

Sono tornata in ostello e ho scoperto che mi era venuto l’eritema, oppure una forte reazione allergica alle piante dell’isola. L’importante, per me, è sempre avere materiale su cui scrivere, con cui ridicolizzarmi: e non mi deludo mai.








La mia prima vera notte in un letto è stata semplicemente favolosa: un materasso così sottile non l’ho mai visto neppure a una lezione di yoga, ma quanto ho dormito bene manco ve lo dico. Soprattutto perché sapevo che mi aspettava un’altra colazione con pesce e centrifugato alla fragola.

Mi siedo a un tavolino cercando di mettere in chiaro quanto io sia asociale, ma evidentemente il messaggio non è stato recepito da tutti.

“Posso sedermi con te?”

Alzo lo sguardo: ha gli occhi blu più belli che abbia mai visto e un enorme taglio sul polso sinistro.

“Ma tu…?”

“Sì, ti ho riconosciuta e ti ho chiesto se potessi sedermi vicino a te. Sei una carina.”

Era l’americano che avevo conosciuto due giorni prima sui fiordi, a otto ore da lì.

Iniziamo a chiacchierare e la conversazione diventa immediatamente piacevole. È di Chicago e lavora nel marketing. Ama Chicago perché ha l’architettura più moderna di tutti gli USA. Ha appena preso casa da solo ed è piuttosto grande e spaziosa, è molto contento. Appena torna in America inizia un lavoro in una nuova società, ha un po’ paura ma sa che si troverà bene. Poi gli viene la tremenda idea di parlare di cognomi.

“Sai, ho origini metà irlandesi e metà norvegesi, e venendo qui ho scoperto che il mio cognome significa pollo.”

L’argomento non mi piace.

“I cognomi americani solitamente sono tutti noiosi.”

La piega che sta prendendo questa conversazione non mi piace affatto.

“Scommetto che i cognomi italiani sono tutti belli, con un significato.”

Non ci provare.

“Il tuo cosa significa?”

Eccolo.

Ha riso, ha riso come un pazzo e ha iniziato a gridare il mio cognome per la sala, finché gli ho fatto notare che i nostri vicini di tavolo erano italiani.

Ha detto che mi aspetta a Chicago e io gli ho detto di farmi un fischio se passa dall’Italia o dal Regno Unito.

Non so quale fosse il suo nome, ma è questo che amo dei viaggi in solitaria.

Beh, chi vuole partire con me la prossima volta, scoperti tutti i dietro le quinte? 

B.

P.S.: Chi vuole partire con me la prossima volta sapendo che io vado in giro, piuttosto sicura di me, con maglietta dentro i pantaloni e marsupio nel 2018?


E anche oggi si limona domani.


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