mercoledì 18 ottobre 2017

IL MIO ULTIMO GIORNO DI LAVORO

Era il 2015, avevo appena iniziato la laurea magistrale e avevo le idee chiarissime: volevo finirla il prima possibile. Il piano di studi prevedeva uno stage obbligatorio di 240 ore, per acquisire 6 crediti, stage da svolgere nel corso del secondo anno. Ma al secondo anno avrei dovuto pensare anche alla tesi, avrei avuto l’ansia di dover finire, ogni mese di ritardo nella ricerca del tirocinio avrebbe allontanato anche la tanto agognata laurea e poi… E poi io ero nuova in Unimi, venivo da un altro ateneo ma mi era bastato un solo giorno nella sporca sede di Festa del Perdono per capire che alla Statale non ci sono regole: non perché non ce ne siano di scritte, ma perché i tempi per mettersi in contatto con la segreteria, per avere una risposta degna del Q.I. di una nutria sono talmente lunghi e frustranti che alla fine conviene fare il cazzo che si vuole. Così ho deciso che io lo stage lo avrei fatto il primo anno e, anzi, lo avrei iniziato subito, nel primo semestre.

Mi iscrissi al portale dell’università per trovare le offerte pensate ad hoc per il mio percorso di studi. Ce n’erano poche più di 4. Un ottimo inizio per capire quante porte mi avrebbero aperto una triennale in Lettere e una magistrale in Editoria. Andai così a sbirciare anche fra gli annunci della Cattolica, che generalmente è sempre stata più efficiente. E con “sempre più efficiente” intendo anche “tre volte più costosa”.

Feci il mio primo colloquio in via Alessandro Volta a Milano, presso la sede della onlus Progetto Itaca. Posizione aperta: addetto all’ufficio stampa. Mi accolsero due signore di mezza età in evidente sovrappeso.