martedì 17 febbraio 2015

UNA BEA POST ESAMI, È UNA BEA FASTIDIOSAMENTE PROLISSA

Ciao, mi chiamo Beatrice, ho 22 anni e non faccio un esame da poche ore, ne sono appena uscita.

Ho affrontato questa sessione invernale come i tedeschi la Prima Guerra Mondiale. Doveva essere una spedizione rapida e mirata, si è trasformata in una guerra di logoramento e d'usura. La mia camera da letto era una trincea sull'Isonzo. E sappiamo bene che gli italiani hanno sempre fatto schifo nelle battaglie.
Ho anche avuto l'influenza. Ho raggiunto i trentanove di febbre e credo che una piaga simile non si abbattesse sull'umanità dai tempi in cui al parco giochi mi schiantai contro un palo saltando giù da un lato dello scivolo. A gambe aperte. O da quella volta in cui alla scuola materna mi rovesciai il passato di verdura bollente addosso. Tutto. O da quando... No, come mi sono rotta l'incisivo sinistro non ho intenzione di raccontarvelo. Per quell'incidente serve una conoscenza approfondita e grande fiducia.

Ho delirato. Ho sognato che un gruppo di Capi di Stato mi convocava in consiglio. Dovevo firmare un trattato di pace. Io provavo a dir loro che non ero una persona importante e che quel compito non spettava a me, ma niente, volevano che prendessi in mano una dannata penna. Il vero motivo per cui io non volevo firmare, però, era un altro. Era una carta di pace del 1942, e io non avevo la più pallida idea di cosa fosse successo quell'anno, in pieno secondo conflitto mondiale. Ricordavo vagamente che non c'era stato nessun armistizio.

“Ma ditemi cosa è accaduto nel '42!”, supplicavo.

Niente, nessuno voleva informarmi.

Poi, grazie al cielo, mi sono svegliata. E riprendere sonno non è stato affatto facile. La testa mi scoppiava e ogni fibra del mio corpo gridava:

“Il segreto per dormire è mettersi nella posizione del Peloponneso!”.

Altra crisi.
Dentro di me volevo piangere. Che forma ha il Peloponneso?, chiedevo a me stessa. Ma no, non sapevo nemmeno quello.


Mia madre dice sempre che la devo chiamare se sto male di notte. Ma io, purtroppo, credo di non potermi più fidare della mia famiglia. A me, infatti, piace esagerare. Io sono sempre stata quella che va oltre, l'unica deficiente che continua a ridere anche quando il resto del gruppo ha già chiamato il taxi perché mi odia. Quindi, non mi accontento di soffrire in silenzio: io divento una Baccante.

Come poso pensare di poter contare sul supporto di un familiare se, quando ne ho avuto bisogno, mi sono state voltate le spalle?
Una notte ho iniziato a chiedere aiuto. Parlavo: aiuto! Aiuto!
E' accorso mio fratello grande:

“Che cazzo vuoi?”

Che cazzo voglio? Degli alani stavano saltando fuori dalla mia sveglia! Un alano ad ogni tic dei secondi!

Un'altra volta ho commesso lo stesso errore: ho creduto, di nuovo invano, di potermi affidare a lui.

“Guly! Guly!”, dicevo.

Si avvicina al mio letto.

“Che macchina aveva Catullo?”
“Vaffanculo.”

Vaffanculo? Ci rendiamo conto che anacronisticamente parlando Catullo potrebbe essersi fatto una road trip fino al Peloponneso e io non so né che auto avesse il poeta, né che forma ha il Peloponneso?

Roba da matti.

Come avrete intuito, non sono state settimane facili. Ma sono riuscita a conseguire una piccola soddisfazione.

Nel weekend aiuto una bambina delle elementari a fare i compiti. Io do anche ripetizioni di latino e, vi assicuro, è meno snervante e mi priva di meno linfa vitale e richiede molti meno sforzi che insegnare a qualcuno a leggere.

Non fate commenti sul fatto che non ne sia ancora capace, anche io ho deciso di affrontare questa drammatica situazione con l'arma del silenzio e ora vivo bene. Non è stato facile da digerire.

La mocciosetta in questione è però riuscita a rendermi molto fiera, in un periodo di stress palpabile.
Dovevamo scrivere le unità nelle operazioni in colonna, e le unità vanno scritte in un colore preciso.
Si è girata e mi ha chiesto:

“Mi passi l'azzurro?”

A voi parrà scontato, nulla di eclatante, ma io mi sono sentita Paolo Brosio che vede la Madonna nel cielo di Medjugorje.

Per quante settimane ho provato a insegnarle quella parola: azzurro. Abbiamo fatto tanti disegni insieme, e ogni volta che c'era da colorare il cielo, la domanda era sempre la stessa:

“Mi passi il zzurro?”

Il zzurro.

Capite la mia sofferenza. Io, amante delle parole, ferita nel mio punto scoperto.

Ma quante potrei raccontarvene.

Abbiamo studiato gli uccelli e i mammiferi. L'esercizio richiedeva che venissero scritti i nomi di tre volatili.

“Questo compito l'ho già fatto.”
“D'accordo. Diamo un'occhiata se l'hai fatto bene.”

Pichone.

Piazza Duomo è piena di pichoni. Spelling internazionale, non c'è che dire.
Ma come può una marmocchia di sette anni diventare una allieva più ostica della studentessa universitaria a cui faccio lezione di latino il mercoledì?
La vita talvolta sa essere così strana e imprevista proprio come quando un pichone ti caga sulla spalla. Avresti tanta voglia di gridare, eppure ne prendi atto e basta.

La verità è che ho il dubbio che la piccola sia dislessica. Ormai a leggere ha praticamente imparato, ma quante pene ho dovuto patire.
Mi ricorderò sempre quella mattina in cui provò a leggere “domani”. Eravamo ancora all'inizio, ancora faceva fatica a riconoscere le lettere. Non si ricordava mai la n di nuvola - come la chiama lei.

Domani.

Pronuncia una lettera alla volta.

“D-o-m-a-n di nuvola-i.”
“Bravissima, ora prova a leggerle a due a due.”
“Do-am-in.”

Doamin?

Bisogna precisare che anche io alle elementari scrissi una lettera a mia mamma, dicendole che era la mia “princifessa”, ma non ero né sono dislessica.

Non so cosa dirvi, ho provato a parlarne con sua madre, ma forse un pichone mi avrebbe dato più corda.

Vi racconto l'ultima, senza commentarla, lo prometto. Scrivo solamente la domanda che mi porge sempre, ma non sarò acida.

“Pino a che pagina dobbiamo arrivare?”

Mio nonno si chiamava Pino, il vostro, invece?

Ragazzi, esami a parte, i pichoni e i pini e le n di nuvola sono stati i topoi di questi due mesi. Che vita triste, lo so. Ma volevo farvi sapere che non mi sono tolta la vita in seguito alla morte di Ferrero, esisto ancora e non ho dimenticato di avere un blog – come poteva invece sembrare.

Chiedete a Jack: ho continuato a ripetergli che volevo che la sessione finisse per poter tornare a pubblicare su Red Goon. Avrei potuto dirgli che non vedevo l'ora di essere libera per andarlo a trovare, ma ognuno ha le sue priorità.

Ah, e io sono una di quelle che non fanno assolutamente nulla per cinque mesi, e di conseguenza sotto esame hanno un arretrato di venticinque libri per materia e stanno alzate fino alle due di notte per sottolineare a velocità supersonica più pagine possibili. Per poi non ricordare nulla. Ecco perché non posso permettermi di scrivere molto. Perché poi succede come oggi: accendo il computer per buttar giù un post, e mi ritrovo dodici finestre di YouTube aperte sulle peggiori canzoni che hanno accompagnato noi tutti: “Voglio vederti danzare” (e chi non la canta con le mani al cielo in discoteca, ha sprecato la sua vita), “Dragostea Din Tei”. Sì, è esistita davvero.

Ve l'ho detto: il delirio è la mia uscita di sicurezza.

Quindi, per concludere, sono tornata. Scusate se oggi non ho affrontato un argomento preciso – volevo, in realtà, ma come al solito le mie premesse si sono allungate più del previsto. A breve sarò di nuovo fastidiosamente iperattiva.

Spero abbiate finito tutti la sessione di esami. Se ancora no, siete dei grandissimi sfigati. Perché oggi, col sole, era il giorno perfetto per farlo.

B.

PS: Sono molto abbattuta per il fatto che un mio fedele lettore abbia abbandonato quella grande famiglia che è Facebook. Gli piaceva far finta che non avessi postato nulla di nuovo e scoprirlo solo tramite terzi. Qualcuno dica a Dario di aprire Red Goon comunque!



Exams got me like...






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