mercoledì 6 giugno 2018

NORVEGIA: IL DIETRO LE QUINTE


Spesso mi sono sentita chiedere come mai viaggio da sola. Ho sempre dato risposte evasive, forse perché nemmeno io sapevo la vera ragione. O meglio: a me stessa dicevo e dico che organizzo i viaggi a caso, di getto, e dunque è impossibile coinvolgere qualcuno in una pianificazione che dura sì e no dieci minuti mentre sono intenta a tagliarmi le unghie dei piedi o rotolare dentro il copripiumone matrimoniale nel tentativo di trovarne gli angoli. 

Avete presente quando sapete di avere delle dolci e buone mele gialle in frigo e a un tratto vi viene voglia di addentarne una? Io no, perché sono allergica alle mele, però immagino che andiate in cucina, afferriate una mela, la laviate e vi affondiate all’interno i vostri denti. Perché? Perché ne avevate voglia. Io so di avere più app di viaggio sul telefono che numeri salvati in rubrica, quindi quando mi annoio e deprimo pensando a quanto sia insignificante la mia vita in questa città (pleonastica perifrasi per dire sempre) cerco voli a caso e li prenoto: tutto nella stessa sera, nell’arco di pochi minuti. Ho prenotato un volo per il Lussemburgo dall’aula di una lezione universitaria, perché la prof parlava a vanvera. E questa non è una scusa: come sarebbe pensabile invitare qualcuno?

mercoledì 28 febbraio 2018

LETTERA A UN AMORE FINITO

Ti scrivo.

Ti scrivo perché le pagine bianche sono il mio nascondiglio preferito. Le pagine bianche mi ascoltano in silenzio, assorbono tutti i miei pensieri e mi pongono piccole domande silenziose. Sono piccole perché si intrufolano fra le righe di quello che scrivo, sono piccole perché le inspiro senza nemmeno accorgermi, e un secondo dopo sto vomitando la risposta sempre lì: sulle pagine bianche. Che non mi giudicano, che mi lasciano continuare anche quando mi sto dilungando troppo, perché le pagine bianche sono pazienti. Le pagine bianche sono rovinate, cancellate, accartocciate, cestinate: ma solo dopo averti ascoltato.

Ti scrivo per parlarti di un amore finito.

Ti scrivo per parlarti del nostro amore finito.

martedì 16 gennaio 2018

HAI 25 ANNI, È DOMANI E NON PUOI PIÙ...

Un giorno ti svegli ed è domani.

Scusate, quando vivevo in Italia scrivevo molto meglio, ma volevo farvi credere anche io di non sapere più l’italiano come quelli che vanno un weekend a Londra e tornano parlando bengalese perché chi pensano di prendere per il culo: di inglese vero non ne hanno incontrato nessuno. Sì, insomma, conosciamo tutti un amico che è tornato da un’esperienza all’estero millantando di avere ormai il cervello impostato sull’inglese. 

State tranquilli, non è il mio caso – eh, lo so che ci speravate, eppure anche dall’Inghilterra eccomi qui a scrivere (finalmente) di nuovo sul blog.

Dicevo: un giorno ti svegli ed è domani. E il domani sono i venticinque anni.

Prima dei venticinque anni la vita è completamente diversa e, soprattutto, prima dei venticinque anni pensi sempre che il tuo venticinquesimo compleanno non arriverà mai, pensi che sarai giovane per sempre. Prima dei venticinque anni tutto si vive al massimo: si beve come se non ci fosse un domani, si mangia come se non ci fosse un domani, si spende e si fanno cazzate come se non ci fosse un domani.

Ma un giorno ti svegli ed è domani. Hai venticinque anni.

Inizialmente il domani non sembra essere spaventoso come avevi sempre pensato. È un altro giorno come tanti, è un po’ come ieri. Ma questa sensazione dura poco. Ben presto capisci che nulla sarà più come prima e dal domani non c’è ritorno.

Pensavo che sarei arrivata ai miei venticinque anni con un fidanzato, con una storia seria che mi avrebbe portato alla convivenza nel giro di un paio di anni al massimo, con un lavoro soddisfacente, con un guardaroba da donna quale oramai ero diventata.

Ho compiuto venticinque anni da single, senza il benché minimo interesse verso alcun individuo di sesso maschile, senza nessuna prospettiva di convivenza nemmeno nei dodici anni a venire, con un lavoro sottopagato e che mi causava più crisi isteriche che gioie, con un armadio equamente diviso fra vestitini da escort e pigiami di pile con bestie varie disegnate, senza via di mezzo alcuna. Go puta or go branda.

Quando arrivano i venticinque anni cambia tutto. Anche i giorni della settimana cambiano nome: non esiste più il Giovedìdivina o il Venerdìalcatraz, per esempio. Esistono solamente i giorni lavorativi e i giorni feriali, ecco come si dividono le settimane, i mesi, gli anni, la vita. L’esistenza è scandita da momenti di lavoro seguiti da momenti di riposo. A venticinque anni, infatti, scopri che il riposo viene dopo il lavoro. E credetemi: fa male come scoprire che Babbo Natale non esiste. A venticinque anni ti alzi il sabato mattina alle otto e mezza e credi di esserti fatto una ronfata epica, perché caspita! Le otto e mezza! E ti assale immediatamente una strana angoscia: è come se dentro di te sentissi che devi fare qualcosa, ma non sai bene cosa.

A venticinque anni non sai bene cosa dovresti fare, ma sai cosa non devi mai più fare.

mercoledì 18 ottobre 2017

IL MIO ULTIMO GIORNO DI LAVORO

Era il 2015, avevo appena iniziato la laurea magistrale e avevo le idee chiarissime: volevo finirla il prima possibile. Il piano di studi prevedeva uno stage obbligatorio di 240 ore, per acquisire 6 crediti, stage da svolgere nel corso del secondo anno. Ma al secondo anno avrei dovuto pensare anche alla tesi, avrei avuto l’ansia di dover finire, ogni mese di ritardo nella ricerca del tirocinio avrebbe allontanato anche la tanto agognata laurea e poi… E poi io ero nuova in Unimi, venivo da un altro ateneo ma mi era bastato un solo giorno nella sporca sede di Festa del Perdono per capire che alla Statale non ci sono regole: non perché non ce ne siano di scritte, ma perché i tempi per mettersi in contatto con la segreteria, per avere una risposta degna del Q.I. di una nutria sono talmente lunghi e frustranti che alla fine conviene fare il cazzo che si vuole. Così ho deciso che io lo stage lo avrei fatto il primo anno e, anzi, lo avrei iniziato subito, nel primo semestre.

Mi iscrissi al portale dell’università per trovare le offerte pensate ad hoc per il mio percorso di studi. Ce n’erano poche più di 4. Un ottimo inizio per capire quante porte mi avrebbero aperto una triennale in Lettere e una magistrale in Editoria. Andai così a sbirciare anche fra gli annunci della Cattolica, che generalmente è sempre stata più efficiente. E con “sempre più efficiente” intendo anche “tre volte più costosa”.

Feci il mio primo colloquio in via Alessandro Volta a Milano, presso la sede della onlus Progetto Itaca. Posizione aperta: addetto all’ufficio stampa. Mi accolsero due signore di mezza età in evidente sovrappeso.

domenica 24 settembre 2017

A VOLTE

A volte hai bisogno di arrivare a un soffio dalla realizzazione del tuo sogno per capire che, forse, era il sogno sbagliato. Era il sogno dietro al quale hai speso ogni energia negli ultimi anni, ma era il sogno sbagliato. Era il sogno con cui ti eri riempita la testa, ma i sogni, quelli veri, quando escono dai cassetti entrano nel cuore. 

A volte hai bisogno di sconvolgere completamente la tua vita e ritrovarti sola nel letto a fissare un soffitto che pare un maxischermo. A pensare a quanto coraggio hai avuto a buttarti a capofitto nel buio delle notti insonni. O quanta sconsideratezza. Perché chi dice che non ci sia nulla di peggio del sentirsi soli in mezzo a una manciata di volti amici, non ha mai provato la soffocante solitudine che t’affoga nel silenzio delle prime ore del mattino. Quando la sveglia non ha ancora suonato, quando la nave dei tuoi pensieri ha già riacceso i motori e punta dritta l’iceberg.

A volte hai bisogno di romperti i denti contro una porta chiusa. Una porta sbattutati in faccia. Una porta che da troppo tempo lasciavi socchiusa. Ma dalle porte chiuse a metà entrano solo gli spifferi, e con gli spifferi ci si ammala. Non si prende il verme solitario, ci si ammala di cuore solitario: il cuore si nutre solo dei miasmi che passano dalla serratura della porta, batte più lentamente ma continua a pulsare nella speranza di riunirsi a chi sta al di là di quella porta. Ma al di là della porta c’è del marcio che ha fatto la muffa, e il marcio che ha fatto la muffa puzza.

A volte hai bisogno di giocare d’anticipo e chiuderla tu quella porta, prima che l’urto ti faccia cadere all’indietro. Prima che ti faccia male. Un male che non ti aspettavi, che non avevi messo in conto, che si accumula a un bagaglio di colpi incassati in silenzio ancora troppo grande.

A volte hai bisogno di un amico che davanti a un Godfather ti dica che tu meriti di meglio.


A volte hai bisogno di sdraiarti ancora a letto, di fissare ancora quel soffitto che pare un maxischermo, e far partire, per una volta, il film che vuoi tu.