domenica 23 settembre 2018

MAROCCO: FIGA CHE CALDO


Partiamo dal presupposto che secondo me i Paesi dove non si può bere l’acqua del rubinetto non hanno senso di esistere, ma io sono sempre troppo drastica. Va anche considerato che fino ai vent’anni ho fermamente pensato non ci fosse bevanda più squisita dell’acqua del rubinetto vicino alla porta dell’antibagno della mia vecchia casa. Poi abbiamo traslocato e non ho purtroppo più avuto modo di gustarla, ma rimane impresso nella mia memoria il ricordo di quell’acqua incredibilmente buona, deliziosa, perfetta. Mi rendo conto, d’altro canto, che così ragionando si eliminano dalla cartina moltissimi luoghi che invece meritano decisamente una visita, pur dovendosi munire di bottigliette d’acqua del supermercato.

Aggiungiamo inoltre il fatto che dopo un anno nel Regno Unito la mia sopportazione al caldo è praticamente pari a zero, e già che ci siamo anche il fatto che mi ero appena trasferita in una nuova città e non stavo capendo assolutamente nulla di quello che stava succedendo nella mia vita: in ufficio capivo pressoché nulla, per tornare a casa sbagliavo ogni singolo giorno la fermata del bus e perdevo la mia e stavo in piedi fissando i negozi muoversi e la mia casa allontanarsi sempre di più, e riuscivo a scegliere sempre il giorno e l’ora sbagliata in cui andare a fare la spesa – il giorno senza manco un’offerta e l’ora più affollata. Insomma, potrà sembrare assurdo, ma non ero assolutamente pronta per andare in Marocco. 





Aggiungiamoci che dopo un anno e mezzo in cui il novanta per cento dei miei viaggi li avevo fatti in solitaria: dalla Bulgaria, alla Romania, e poi il Portogallo, il Lussemburgo, l’Irlanda del Nord e la Norvegia e ancora l’Irlanda… Di adattarmi di nuovo ad avere un compagno di viaggio non avevo veramente voglia: partivo già col cazzo girato alla sola idea di dover scendere a compromessi e non poter fare quel cavolo che volevo io e solamente io. D’altro canto, però, non ricordavo nemmeno l’ultima volta in cui mi fossi sdraiata in costume, con i miei occhiali da sole preferiti in faccia, a prendere il sole senza pensieri.






Ho lasciato l’Inghilterra il 13 settembre alle sei e dieci di mattina, congelando. Indossavo un paio di pantaloni lunghi, una maglietta, una felpa e una giacca e mentre dall’hotel di Stansted (ecco: viaggiare in compagnia ha avuto un vantaggio, non ho passato la notte accampata in aeroporto ma ho dormito in hotel) raggiungevo il terminal, dalla mia bocca usciva il fumo quando respiravo. Quel fumo che a Milano mi ha sempre fatto pensare: “Ci siamo, Bea, è arrivato il freddo. È arrivato ufficialmente.” Probabilmente qualsiasi città in Italia ha un clima migliore di Milano, dove in inverno nevica, c’è la nebbia e fa un freddo becco e dove in estate ci sono trentotto gradi, non c’è un filo d’aria e le scarpe scavano le impronte nell’asfalto che ha ormai raggiunto la consistenza e la temperatura di una colata lavica. Quindi sì, il clima a Milano è abbastanza una tortura in due stagioni su quattro, ma perlomeno l’inverno non inizia il 13 settembre.

Sono atterrata a Marrakech, dopo aver dormito indisturbata per tutte le tre ore abbondanti di viaggio, assalita da un vento incredibilmente caldo. Ho provato a guardarmi intorno ma nessuno mi stava puntando un fon addosso. Il sole era accecante e dopo un anno in Inghilterra ho anche osato pensare fosse quasi fastidioso, essendo solamente le dieci e mezza del mattino. Ho aperto la bocca e con la letale fiatella post pennica su Ryanair ho provato a respirare: niente fumo. Non sapevo bene se fossi atterrata in Paradiso (il sole! C’è il sole! Non piove!) o all’Inferno (tutto molto bello ma ‘sto caldo mi sta già uccidendo), ma poi mi sono ricordata che qualsiasi posto che non sia l’Inghilterra è l’Eden, quindi mi sono tranquillizzata e ho iniziato a pensare che non vedevo l’ora di arrivare in centro, scoprire il cibo locale e tuffarmi in piscina.





All’uscita dell’aeroporto ci aspettava la navetta del riad, che ci avrebbe portato alla Medina, dove soggiornavamo. Ci siamo seduti comodi e ci siamo lasciati andare alla sofferenza marocchina più pura: il caldo soffocante che entrava dai finestrini e il fetore altrettanto soffocante che arrivava dalla strada. Ancora non lo sapevo, ma avrei dovuto abituarmi in fretta a entrambi, perché sarebbero stati i miei più fedeli compagni di viaggio. 





Durante il breve tragitto che separa l’aeroporto di Marrakech dal centro della città non ho mai smesso di fissare la strada e la sua fauna. Era una giungla: un’orrenda e caotica giungla. Tutti guidano come dei pazzi, il nostro autista ha rischiato di accoppare almeno un paio di motociclisti, ma la verità è che nessuno era spaventato, in quella giungla. Tutti apparivano estremamente sicuri delle manovre folli, da carcere a vita che stavano eseguendo. Come se le corsie non avessero un senso di marcia: ognuno andava dove voleva, come voleva, quando voleva. Ho provato a immaginarmi guidare lì con la mia Panda color cappuccino, ma la sola idea mi ha fatto venire da piangere quindi ho desistito. Quei pochi in scooter che portavano il casco, ce l’avevano su al contrario: erano davvero pochi, ma comunque mi incuriosiva come appunto quei pochi avessero tutti un casco con una piccola visiera, che indossavano al contrario. Il risultato era l’appena menzionata piccola visiera che andava a incastrarsi fra le vertebre quattro e cinque causando una paralisi irreversibile, e il laccio del casco che segava completamente le guance. Ho pensato che i marocchini non sapessero che esistono i berretti con visiera che possono essere portati al contrario senza incorrere in particolari lesioni fisiche, ma forse su Instagram il casco al rovescio ti fa prendere un sacco di #likeforlike.

Dovete sapere, inoltre, che in Marocco ci sono tantissime tipologie di motorini che in Italia non ho mai visto. Non nomino nemmeno l’Inghilterra perché, poverini, piove un giorno sì e l’altro pure e quando lo usano ‘sti poveri cristi un bel rello? Mai. La maggior parte degli scooter marocchini assomiglia al nostro Ciao: si tratta quindi di motocicli di piccole dimensioni, poco ingombranti, con partenza a pedale e non so quale sia il termine tecnico nel mondo dei motori, ma sono dei motorini stra magri (dite che il termine preciso è proprio stra magri?). I marocchini ci viaggiano in tre, tutti rigorosamente senza casco. Quando li ho visti in tre senza casco su un Ciao ho immediatamente pensato: “E i napoletani muti.”

Arriviamo al riad. Il riad è l’abitazione tradizionale delle medine marocchine. Ha senso, dunque, quando si viaggia in Marocco, soggiornare in un riad piuttosto che in un classico hotel. I riad sono tutti estremamente colorati, hanno una piscina al centro del cortile interno e sono tappezzati di piastrelle dagli incantevoli disegni. La ricerca del riad non era stata semplice, innanzitutto perché quando viaggi con un’altra persona ti aspetti che ti dia un minimo una mano o perlomeno ti indichi una fascia di prezzo all’interno della quale vorrebbe stare, ma è anche vero che quando viaggi con una persona che guadagna il doppio di te (quando anche tu avevi un buono stipendio) e il triplo di te (quando non sai ancora perché ma hai accettato di cambiare lavoro e ridurre il tuo guadagno mensile), è probabile che quella che deve stare attenta ai costi sia principalmente tu. La ricerca non era stata semplice anche perché nella Medina di Marrakech presumo ci siano più riad che pub in una normale città inglese – e ho detto tutto. E sono tutti fottutamente uguali: dalle foto non capisci quanto sia effettivamente grande quella piscina, se sia uno sputo, una palude o una vasca da cinquanta metri con blocchi di partenza e nuovo record del mondo! Phelps conquista l’oro nei duecento farfalla! Certo, ci sono quelli che fin da subito appaiono nettamente più belli degli altri, ma partivo dall’idea che per andare a mangiare couscous non avessi particolare voglia di spendere un capitale. Così, dopo approssimativamente otto ore di ininterrotta ricerca, ho trovato il riad che volevo prenotare. Lo avevo scelto principalmente perché invece di avere la piscina al centro del cortile interno, come da tradizione, ce l’aveva sul tetto. Pensavo infatti che non avevo nessuna voglia di spendere trecento sterline di volo per fare il bagno all’ombra, accanto ai quattro turisti stronzi che fingevano di apprezzare il diciottesimo tè ustionante alla menta offerto dai marocchini. Avere la piscina circondata da quattro mura alte due o tre piani, infatti, significava avere il sole solamente intorno alle ore dodici. E se voglio vedere il sole cinque minuti al mese rimango in Inghilterra. Ho così pensato di prenotare questo riad con la piscina sul tetto: era il più economico di tutto Booking.com e di foto della piscina, in realtà, ce n’era solamente una – quindi non è che si capisse molto cosa ci avrebbe accolti. Ma dopo essermi trovata un senzatetto nel letto dell’ostello a Bergen, in Norvegia, nulla mi fa più paura.

«Allora, prenotiamo questo?» Chiedo via WhatsApp.
«Per me va bene. Domani chiedo le ferie al mio capo.»

Stavo organizzando un viaggio con una testa di minchia che non aveva ancora richiesto le ferie. Va anche detto che solo nel mio vecchio dipartimento il tempo d’attesa per l’approvazione o meno delle vacanze era di approssimativamente ventuno giorni, tant’è che quello che poco sopra s’è beccato della testa di minchia (nel dubbio sempre giustamente), il giorno dopo ha effettivamente richiesto e ottenuto le ferie, e abbiamo prenotato il riad.

Ho quindi prenotato il riad più economico mai visto sui siti di viaggio, e l’ho fatto quando ancora il mio stipendio era così alto che avrei potuto comprarmi tutto quel puzzolente Marocco. Meglio così, perché alla fine quel riad l’ho pagato quando il mio stipendio era decisamente cambiato e oggi forse non mi potrei permettere di acquistare nemmeno Vicolo Corto a Monopoli.

Il Marocco è stato il primo Paese in cui camminando per le strade non ho incontrato italiani ogni quattro passi. Anzi, a dire il vero, di italiani ne ho incontrati solamente due. È stato molto strano, lo ammetto, perché nonostante siamo il popolo più vecchio e povero d’Europa, siamo sempre in giro per il mondo: si chiama gioia di vivere, presumo, e in Italia checché se ne dica, sappiamo cosa sia. Ovunque sia andata, infatti, ho sempre, sempre beccato italiani in giro. A passeggio riconoscevo sempre gli accenti, ogni parola che capivo mi strappava un sorriso. In Marocco, invece, nemmeno un porcone. Eh già. Ho infatti incontrato solamente una coppia di ragazze durante la gita nel deserto. Mentre tutto il pullmino provava a dormire, quelle due rompicazzo non hanno smesso un secondo di chiacchierare – e nemmeno raccontavano aneddoti succosi o gossip su persone che non conosco ma di cui mi sarei comunque interessata, no, quelle due facevano dei giochi.

«Nomi di animali che iniziano con la lettera esse.»
«Serpente.»
«Squalo.»
«Storione.»
«Salmone.»

E poi il gioco sarebbe dovuto finire, rapido e indolore, perché non ci sono altri stramaledetti animali con la esse, ma no, loro non volevano arrendersi alla realtà dei fatti e hanno passato un’intera ora a cinguettare:

«Ce ne sono altri?»
«No.»
«Dici?»
«Credo di no.»
«Forse qualcuno…»
«Forse qualcuno c’è.»
«Ti viene in mente qualcosa?»
«No, ma devono essercene altri.»

Dal mio sedile non sapevo se gridare scimmia! Stambecco! Sanguisuga! Stella marina! Scorpione! Sogliola! Seppia! Scimpanzé! Sciacallo! Salamandra! Scoiattolo! Scrofa! Scarabeo! Oppure un poderosissimo “Sileeenzio!” a mo’ di Silente nella mensa di Hogwarts.  

Era però pieno di spagnoli, che in una città dove, chi non sa l’inglese, può provare a bofonchiare qualcosa non dico in arabo, ma perlomeno in francese, parlavano a tutti, senza ritegno o imbarazzo, in rapido e fluente spagnolo. I marocchini dei suk, a dirla tutta, pur di riuscire a vendere qualsiasi cosa hanno di fatto imparato qualsiasi lingua e penso siano esperti anche nella scrittura del cinese, ma nei ristoranti la situazione era un po’ differente. Non so se gli spagnoli dessero per scontato che la gente locale capisse perfettamente la loro lingua da pasito a pasito, suave suavecito despacito per via della vicinanza geografica, fatto sta che non facevano il minimo sforzo per balbettare quelle quattro parole in inglese che eran sufficienti per trascorrere una piacevole ed educata serata al ristorante ordinando un piatto a caso del menù – che tanto non si capiva una sega di quel miscuglio di cose a caso che mettono nei piatti in Marocco.





Il cibo marocchino merita una menzione particolare. Il ragazzo da cui andavamo a comprare l’acqua ogni giorno ci ha raccontato di come fossimo stati fortunati a beccare trentacinque gradi, perché lì si arriva facilmente a cinquantasei durante il Ramadan quando, cioè, quei poveri disgraziati non possono né mangiare né bere. Bene: questa quindi è la premessa per far capire quanto cazzo faccia caldo in Marocco.

Oltre al tè alla menta servito rigorosamente a temperature infernali e la cui assunzione ti causa la completa e permanente ustione delle vie orali rendendole poi incapaci di svolgere nuovamente le loro normali e biologiche funzioni, i piatti principali del Paese sono due.

Il primo sono le tajine (principalmente di pollo, ma non solo). Si tratta di una pietanza berbera servita nell’omonimo piatto di terracotta – che forse viene utilizzato proprio come pentola, vista la forma. L’aspetto esteriore è quello di una piramide di terracotta: il cono superiore viene poi sollevato dal cameriere che ti serve solamente il piatto di terracotta all’interno del quale vi è un ammasso informe di cosce di pollo da disossare, verdure bollite e spezie di qualsiasi tipo. Ammetto che il sapore non è male, se mangiato una volta o al massimo due. Alla fine della seconda volta il sapore ha già rotto la minchia. La forma piramidale del piatto completo fa sì che il cibo mantenga sempre la temperatura di cottura: e quando fuori ci sono novantotto gradi, cosa c’è di meglio di gustare una bella coscia di pollo gialla accuratamente tenuta a centosedici gradi e servita in una piramide di terracotta (che a questo punto mi sentirei di paragonare più a un vulcano in eruzione) che non si raffredderebbe manco al Polo Nord? 





Il primo giorno in Marocco pensi che non ci sia nulla di meglio, perché wow! Stai assaggiando le vere tajine! Poi inizi a renderti conto che quando Geppetto si mette a mangiare i torsoli e le bucce delle tre pere che Pinocchio voleva rigorosamente sbucciate, forse si stava gustando un pasto più gourmet del tuo. 

Un’altra cosa che mi urtava parecchio delle tajine di pollo era la scelta della coscia. Porca troia, sono in un Paese sporchissimo, non mi lavo le mani da ieri mattina, mangiando una coscia di pollo con le posate metà della carne rimane attaccata alle ossa ma allo stesso tempo proprio perché non mi lavo le mani da ieri mattina non sono particolarmente propensa a usarle adesso… E non mi puoi dare un bel petto? È in Marocco, quindi, che ho iniziato a pensare che forse quelli che vanno sempre in giro con quelle boccettine di igienizzante per le mani non sono completamente dei menomati mentali, sono semplicemente forse stati a Marrakech prima di me.

Il secondo piatto tipico è un piatto che a me personalmente piace molto. Si tratta del couscous. Mi piace con le verdure, col pesce, con la carne, mi piace freddo e mi piace tiepido. In Marocco lo servono bollente. Allora: posso capire che servire una coscia di pollo fredda con verdure bollite fredde possa non essere il massimo della prelibatezza, ma porca miseria: perché se fuori ci sono centoventinove gradi non mi fate un bel couscous fresco, a mo’ di insalata? No, anche il couscous viene servito in un piatto di terracotta che non smette mai di emanare fumi caldi – e guardando bene si potrebbero forse scorgere anche lapilli. Di questa cosa non sono riuscita a capacitarmi per tutta la vacanza e tuttora sono piuttosto disorientata.




Il couscous viene servito con le classiche e irresistibili verdure bollite. E l’Inghilterra è per ora l’unico altro Paese in cui ho visto servire le verdure sempre e solo rigorosamente bollite. A vantaggio del Marocco c’è da dire che le verdure erano effettivamente buone e avevano un sapore, mentre mangiare verdure bollite in Inghilterra equivale ad addentare una natura morta dipinta su tela: insapore fino a causare fastidio.

Dopo circa un paio di giorni, dunque, tutti i piani culinari sono cambiati e io e il mio compagno di viaggio abbiamo iniziato a cercare su TripAdvisor consigli per i migliori ristoranti in cui mangiare non marocchino in Marocco. Abbiamo mangiato libanese, senegalese e tante cose a caso: buone, cattive? Non infuocate, ecco qual era il requisito principale, per non dire unico.

La permanenza all’interno della Medina è stata, in linea generale, fastidiosa. Se per strada non vi è alcun codice da rispettare, nei vicoletti della Medina le regole per i marocchini in motorino sono principalmente due:
  1. Hai sempre la precedenza;
  2. Non usare mai i freni.

I vicoli, in quanto tali, sono ovviamente piuttosto piccoli e stretti, e lo spazio si fa sempre più angusto man mano che i negozietti aumentano. La gente si ferma, chiacchiera, osserva, e quelli corrono in motorino come dei pazzi, incuranti dei turisti verso i quali riversano un viscerale e nemmeno un po’ celato odio. Ti vengono addosso, non chiedono scusa, non lasciano passare nessuno, che siano donne locali, donne straniere, bambini. Guidano e basta, come pazzi forsennati.

Li ho detestati ogni singolo giorno.

A ogni curva è bene fermarsi e sporgere la testa per controllare che non stia arrivando nessuno scooter, perché quelli non si fermano, né avvertono del loro arrivo al di là della curva con un colpo di clacson. Devi lasciarli passare, anche se non sai ancora che stanno arrivando. I marocchini che sono a piedi, invece, non smettono un secondo di parlarti. Provano a capire la tua nazionalità e provano a venderti qualsiasi cosa, a farti entrare in qualsiasi ristorante, a consigliarti la strada migliore per arrivare alla piazza. Parlano sempre.

Li ho detestati ogni singolo giorno.

Li ho detestati soprattutto la sera in cui siamo andati a cena nella piazza principale, quella di Jemaa el-Fnaa. È una piazza piena di bancarelle, colori, odori, animali, persone, rumori, grida: è l’immagine del casino. Ed è questa la sua bellezza. Stavamo camminando fra i corridoi degli stand di cibo mentre venivamo assaliti da ogni lato da gente che voleva ci sedessimo alle loro panche.

«Vieni qui, amico,» dicevano al mio compagno di viaggio. «Sei magro, siediti e mangia qualcosa.»

Quei bastardi a me non hanno detto una singola volta che ero magra.

Li ho detestati ogni singolo giorno.

Una delle cose che non vedevo l’ora di fare in Marocco era trascorrere una notte nel deserto. Lo avevo già fatto in Australia, quando ero andata a visitare Uluru. Era inverno, non avevamo tende e avevamo dormito in sacchi a pelo militari sotto le stelle, col viso completamente congelato e il terrore che un dingo da un momento all’altro venisse a sbranarci. Il sacco a pelo militare impediva qualsiasi movimento, ma ammetto che pur essendo molto freddo, non lo avevo patito. 

In Marocco sarebbe stata un’esperienza diversa. Innanzitutto perché era estate e perché il deserto africano suona decisamente più eccitante. È stata un’esperienza piacevole, a parte la cena a base di tajine e il fatto che per due giorni e due ore e mezza spese in groppa a un cammello io non mi sia potuta fare la doccia né lavare la faccia. Non c’era acqua nella maniera più assoluta. Che è una cosa ovvia, quando arrivi, ma la verità è che non ci pensi prima di partire. E non farsi la doccia stando in mezzo alla sabbia, con quasi quaranta gradi e cavalcando un cammello, non è esattamente un qualcosa che non vedo l’ora di rifare. 

Al risveglio dalla mia notte del deserto, ho accettato esanime il fatto che mi stesse venendo l’herpes sul labbro superiore. 





Nel corso della notte non ero riuscita a dormire: ho passato le prime ore in dormiveglia sognando di essere attaccata da dei ferocissimi cani del deserto, alle quattro e un quarto mi sono allontanata dall’accampamento per fare la pipì e alzando gli occhi al cielo ho notato che il tappeto di stelle era semplicemente mozzafiato. Ho pensato che mi sarei seduta sulla sabbia e sarei rimasta a osservare un po’ quelle piccole e meravigliose luci, ma la verità è che mi ero dimenticata gli occhiali vicino al cuscino e riuscivo a vedere solamente dei pallini orrendamente sfocati.

La passeggiata sul cammello, poi, era un’altra attività che mi incuriosiva parecchio. Mi sono preparata con la sciarpa in testa, mi sono seduta, il mio cammello Bus-Bus s’è alzato ed è così iniziato il nostro viaggio verso l’accampamento nel deserto. I primi minuti sono stati piacevoli. Era divertente. I cammelli hanno delle zampe lunghissime, quindi mi sentivo altissima. Dopo circa centoventi secondi ho iniziato a chiedermi come mai non avessimo noleggiato un quad. L’ondeggiamento continuo avanti e indietro mi causava dolori ovunque: all’interno coscia, alla vagina, alla schiena. La passeggiata, fra l’altro, è stata parecchio lunga, con salite e discese sulle dune. Per fortuna non avevo modo di annoiarmi, perché mentre il giapponese di fronte a me era impegnato a riprendere tutto il panorama alle sue spalle, cioè io e Bus-Bus, con una Go-Pro – il che mi costringeva a essere sempre sorridente e a non mostrare la sofferenza fisica e la noia psicologia, il mio compagno di viaggio dietro di me non ha smesso un secondo di gridare:

«Bèa! A te fa male? A me sta schiacciando le palle!»
«Bèa! Non mi sento più le palle!»
«Bèa! Questa cosa è orrenda, ho le palle che sono un purè!»


BB²



Ricordo che il giorno prima di partire per il Marocco ero andata a pranzo con una inglese. Le avevo detto come fossi parecchio contenta di andare perché avevo davvero bisogno di un po’ di sole.

«La nostra estate qui è stata ottima, dai!»

Non sapevo se limitarmi a guardarla, se ribaltare quel tavolino, mettermi a ridere… Sì, l’estate 2018 in Inghilterra non è stata atroce come me l’aspettavo, abbiamo avuto tantissimi giorni di sole e venti gradi abbondanti. Ma già il fatto che io mi sia quasi messa a fare una conta dei giorni di sole è indice di qualcosa che non va: in estate si annotano i giorni di pioggia, perché si dà per scontato che in tutti gli altri faccia un caldo boia e no, venti grandi non sono un caldo boia. Andare a una grigliata di sera e dovermi portare il maglioncino da mettere su alle otto perché inizia a far freschino e poi la giacca alle dieci perché basta, ormai fa ufficialmente freddo, non è un’estate ottima.

«Certo, ma sai, parlo di quel sole così forte che ti entra nelle ossa e te le rinforza.» Mi limito ad appuntare.

«Ho capito.» Ribatte lei.

Ma che cazzo vuoi capire.

C’è una cosa, infine, che mi dimentico spesso: io sono una sfigata. Sì, estate, bello, sole, caldo, mare! Per me tutto ciò vuol dire solo una cosa, e non è l’abbronzatura: vuol dire eritema. In Marocco, per fortuna, non mi è venuto l’eritema come era successo in Norvegia, ma mi è venuto un altro sfogo della pelle. Sudavo parecchio, faceva un caldo pazzesco e in quella cavolo di città non c’era un angolo d’ombra manco a pregare. Mi sono ricoperta di infinite e minuscole bollicine bianche. Non facevano male, non prudevano, erano solamente abominevoli alla vista. Dopo una accurata ricerca su Google ho scoperto che si trattava della Sudamina Cristallina. Il sudore, in poche parole, non riusciva a raggiungere l’epidermide e a uscire sotto forma di goccioline e mi sono ricoperta di bolle. 

Herpes, bolle, ustione di terzo grado alle tette e anche i marocchini preferivano guardare le loro donne col velo e i vestiti neri fino alle caviglie. Poi la gente mi chiede come mai su Instagram non metto mai foto di me durante i miei viaggi – eh, raga, almeno un paio di Mi Piace mi fa piacere prenderli, mettiamola così.


«Mi raccomando, fammi una foto bella: prendi tutto il panorama, non tagliare...»



Non era difficile immaginare le cause della sudamina cristallina, eppure una di quelle elencate non era esattamente fra le classiche che mi aspettavo.





Sovrappeso.

Senti, Marocco, vai a fare in culo va’.

B.

PS: In Marocco il succo d’arancia è buonissimo e Marrakech è la città più instagrammabile del mondo. Giusto per aggiungere due cose positive a un post di fatto massacrante.









domenica 19 agosto 2018

UN SALUTO A TRE DITA A STOKE-ON-TRENT, LA CITTÀ CHE (NON) PUÓ ESSERE NOMINATA.


Erano le 17:07, ora inglese, del 4 giugno 2018 quando ho capito che dovevo andarmene. Esattamente dieci giorni dopo ero su un treno per Leeds, per un colloquio.

Ero seduta in mensa, era un lunedì e facevo il turno dalle 11:30 alle 20, per cui la pausa pranzo? Cena? Merenda? Non arriva prima delle quattro e mezza circa, cinque. Avevo la testa completamente immersa nel tuppeware pieno di pasta pomodoro e parmigiano che avevo appena riscaldato nel microonde accanto alla fontanella dell’acqua. Ho alzato lo sguardo e voltato il viso a destra: a poche sedute da me, allo stesso tavolo lungo, c’era un collega cinese. Stava voracemente mangiando una pizza surgelata con ananas e dadini di prosciutto cotto, che anche lui poco prima aveva riscaldato nel microonde. Sorseggiava un cappuccino di Costa preso alla macchinetta accanto ai frigoriferi.

Avevamo toccato il fondo?

Ma chi lo aveva toccato? Il cinese che aveva avuto il coraggio di mettere una pizza surgelata (perlopiù ananas e cubetti di prosciutto cotto) nel forno a microonde dell’ufficio, accompagnandola a un cappuccino; o io, che alle cinque di pomeriggio mangiavo pasta al pomodoro accanto a lui? 

Probabilmente entrambi.

Sono atterrata a Manchester il 28 ottobre 2017, lasciandomi alle spalle una Milano ancora inspiegabilmente ma favolosamente calda, un gruppo di bellissimi amici che mi ha salutata mentre io avevo ancora una bottiglia di mirto in mano, e un bravo ragazzo incomprensibilmente innamorato di me. Mi ha accolta quello che avrei poi scoperto essere l’unico tassista inglese di tutta Stoke-on-Trent, e la pioggia. Quel tipo di pioggia inglese, la pioggia nebulizzatore. Il tassista ha immediatamente reso il mio viaggio verso Stoke-on-Trent decisamente poco piacevole.

Il tragitto dura poco meno di un’ora: avremmo potuto prendere l’autostrada, ma mi dice che a causa di alcuni lavori diversi tratti hanno il limite di cinquanta miglia orarie, quindi avremmo fatto una strada alternativa, in una serie di vie di campagna. Mi chiede se mi piacciano: in effetti era tutto verde, c’erano tanti alberi e la vista era decisamente più gradevole di quella che avremmo avuto dalla M6.

«Adoro queste strade perché non ci passa mai nessuno, anche adesso – vedi? Siamo solo noi.»

In effetti non c’era nessun’altra macchina.

«Siamo soli qui, siamo soli. Tranquilli per i fatti nostri,» incalzava continuamente il tassista mentre le stradine si facevano sempre più piccole e sempre più sperdute.

«Tranquilla, so dove sto andando. A proposito: sei davvero bellissima.»

Ho iniziato a farmela sotto. Ho iniziato a pensare che io a Stoke-on-Trent non ci sarei mai arrivata.

«Hai mandato un messaggio a tua mamma per dirle che sei atterrata? Faresti bene a mandarglielo, nel caso in cui tu non l’abbia ancora fatto.»

Era chiaro: stavo per morire.

«Quelle sopracciglia sono vere? Sono stupende, come te. Anche se sei piccolina.»

E qui potrei cominciare a scrivere un post a parte. Innanzitutto sulle mie sopracciglia, che non so perché finiscono sempre per essere al centro dell’attenzione: raga, è vero, ho delle sopracciglia foltissime, la piantate di mettermi in imbarazzo? Anche in Australia un ragazzo mi aveva detto che la parte del mio viso che gli piaceva di più erano le mie sopracciglia. Diciamo che mi sono sentita dare della cessa anche in modi meglio celati. In secondo luogo, mi stava facendo complimenti in continuazione: spero non avesse intenzione di approfittare sessualmente di me perché sarebbe stato prima opportuno informarlo che ero mestruata. E non è che avesse beccato la settimana sbagliata del mese, aveva proprio beccato la vagina sbagliata. Ho infatti il ciclo una settimana sì e l’altra pure. Con in mezzo un paio di ore di pre-ciclo in cui mangio approssimativamente quattro confezioni di Twix e mi do dell’obesa da sola mentre scarto un altro cioccolatino. Infine, ma è ancora divertente dirmi che sembro minorenne? Bah, ora che ci penso, credo sia un po’ come il mio cognome: mi divertirò a chiedere ai figli dei miei fratelli se si scriva con l’apostrofo fingendo di non chiamarmi anche io così. Certe cose fanno sempre ridere.

Purtroppo, però, quel tassista che prometteva benissimo non m’ha accoppato e ha lasciato che la mia avventura a Stoke-on-Trent avesse davvero inizio.



 


Sono stata a Stoke-on-Trent quasi un anno, ed è indubbiamente stato l’anno in cui ho raggiunto più traguardi nella mia vita accademica e lavorativa: ho iniziato il mio primo lavoro con contratto a tempo indeterminato mentre a distanza scrivevo una tesi magistrale e portavo avanti il praticantato per diventare giornalista e potermi iscrivere all’Ordine. Sono andata a vivere da sola, ho iniziato a campare solo con i miei soldi e mi sono laureata col massimo dei voti.

Erano i momenti in mezzo a tutti questi impegni e tutti questi traguardi, però, che andavano malissimo.

Sono stata a Stoke-on-Trent quasi un anno, ed è indubbiamente stato l’anno in cui ho raggiunto meno traguardi nella mia vita emotiva. I primi sei mesi qui per me sono stati difficilissimi.

Una delle mie frasi preferite recita più o meno così: non sai mai quanto sei forte, finchè essere forte è l’unica scelta che hai. Essere forte a Stoke era l’unica scelta che avevo, eppure non ce la facevo. E non ne parlavo con nessuno. A nessuno dicevo che odiavo alzarmi ogni mattina, lavarmi i denti e uscire. Finchè, finalmente, sono arrivate le vacanze invernali e per Capodanno sono tornata a casa. Sono andata al lago, a festeggiare coi miei amici.

«La Bea ha rovinato il Capodanno. Era negativa.»

Avevo gli occhi vuoti, il cuore vuoto, l’anima vuota: forse avevo bisogno di qualcuno che mi chiedesse come stesse andando davvero a Stoke. Beh, amici, so che mi state leggendo quindi vi chiedo scusa se ho rovinato il Capodanno, non era mia intenzione. E no, non ero negativa, ero solo tremendamente triste e sola, e in verità ero al settimo cielo all’idea di essere di nuovo in mezzo a voi, ma forse non ho saputo dimostrarvelo come vi aspettavate. O forse se fate certi commenti siete solo un po’ stronzi. Kisses.

Dire che a Stoke sono stata triste, poi, è molto impreciso. E quando mi metto a scrivere odio l’imprecisione. L’imprecisione la lascio alle frasi dette al vento, quelle frasi che vengono udite in modo diverso da ogni orecchio. Quando scrivo, invece, io dico tutta la verità. Anche quella che spesso non ho il coraggio di dire nemmeno a me stessa.

Ho commesso l’enorme e imperdonabile errore di partire per Stoke con la stessa energia con cui ero partita per Sydney. Sydney mi ha regalato il periodo più bello della mia vita e dall’Inghilterra avevo grandi aspettative. A Sydney ho provato un infinito ventaglio di emozioni, in pochi mesi m’è parso di vivere anni interi e la quantità e la qualità delle esperienze australiane avevano raggiunto la perfezione assoluta. A Stoke oscillavo fra stati di completa apatia e momenti in cui ho pensato di essere vicina alla depressione – per come la può intendere un’ignorante come me che non ha studiato né medicina né psicologia. Andavo in ufficio tutti i giorni, facevo il mio lavoro mettendoci il massimo dell’impegno, ricevevo complimenti e socializzavo con i colleghi ai quali ho iniziato a stare simpatica: non sono mai stata sgarbata, ho sempre scambiato una risata con tutti e non ho mai negato una chiacchierata davanti allo schermo del pc, eppure niente riusciva a regalarmi un sorriso che fossi in grado di portarmi fino a casa. E, una volta a casa, mi isolavo in un mondo che però non era il mio. Non è mai stato il mio. Un mondo fatto di silenzi, segreti, vuoto.

Mi chiama mia mamma, una sera:

«Bebe, cosa mangi a cena oggi?»

«Niente,» rispondo io. «A cena non mangio quasi mai perché mangio tantissimo a pranzo in ufficio; quindi poi non ho fame.»

Uscivo, non spesso, ma uscivo. Mi trovavo a bere una birra con i colleghi e tornavo a casa alle sei del mattino con ancora la vaschetta del pranzo sporca nello zaino. Uscivo e mi divertivo da matti con i miei colleghi, che ho imparato ad adorare. Andavamo a ballare o ci chiudevamo nel salotto di qualcuno a chiacchierare ascoltando musica. Ma non ero davvero felice, era una tregua da quel senso di vuoto che mi avrebbe riassalito una volta stata sola di nuovo.

Una mattina d’aprile mi sono svegliata tardi e sono andata in cucina. Ho aperto il mio armadietto e, insieme al tè, mi sono preparata non una ma due fette di pane con la cioccolata. Ho addentato la prima, ho accennato un timido sorriso e ho capito tutto. A un tratto ho capito tutto. Ho ripensato alla telefonata con mia mamma e ho capito. Non era vero che non avevo fame. Sarei capace di mangiare anche al mio stesso funerale. Non si è mai visto un giorno nella mia vita in cui non sia affamata e pronta ad addentare qualsiasi cosa di commestibile mi si presenti davanti. Io non volevo incontrare i miei coinquilini in cucina. Avevo paura che mi chiedessero come stessi, che notassero i miei occhi gonfi di lacrime, le mie occhiaie scure. Di notte, quando riuscivo a dormire, dormivo male. E l’ultima cosa che avevo voglia di fare era mettermi a conversarne in inglese con un tizio con cui condividevo due stanze dell’abitazione. Quelle rare volte in cui a cena ho mangiato, l’ho fatto o alle sei e mezza o alle undici e mezza: dovevo essere sicura di non incontrare nessuno. Ho pensato, ho capito, e mi è venuta la pelle d’oca. Ho stoppato The messenger dei Linkin Park che ascoltavo in loop da mesi, mi sono vestita e sono andata in ufficio. Mi sono seduta e un supervisore ha iniziato a guardarmi da in fondo alla fila:

«BB è felice oggi! Sei felice, BB? Sembri felice.»

Ero felice.

È iniziato così un nuovo periodo: il periodo in cui, ogni giorno, un mio collega al suo arrivo alle quattro e mezza mi apostrofava sempre così:

«Belly, ma tu sorridi sempre?»

Cos’era cambiato? Nulla. O forse tutto.




Ho smesso di guardarmi dal di fuori vivere una vita insoddisfatta a Stoke e ho iniziato a vivere davvero dentro il mio corpo. Per mesi, infatti, m’è parso di avere una seconda me in camera, su quel divano di pelle nera sotto la finestra. Una me che guardava l’altra me rannicchiarsi sotto le coperte, fissare il vuoto e sperare di prendere sonno in poche ore. Una me impotente che soffriva dannatamente tanto guardando l’altra me incapace di provare emozioni. È per questo che non direi che a Stoke sono stata triste: la parte di me che riusciva a provare davvero qualche sensazione, inclusa la tristezza, si era staccata dal mio corpo e mi osservava chiusa in camera mia. E guardare me stessa impotente dall’esterno è stato il passatempo più penoso, desolante, straziante.

Poi è arrivata una chiamata da Leeds, mentre ero a Milano. Mi avevano presa. Potevo andarmene da Stoke, dovevo solo dire sì e accettare il nuovo lavoro – peraltro più vicino ai miei interessi. Era il momento che aspettavo da dieci mesi, eppure ho detto che ci avrei pensato e avrei risposto via mail nei giorni seguenti.

Ma a che cazzo dovevo pensare? Se dire “sì” oppure “sììì!”?

Ho cominciato a pensare a come tutto è iniziato, qui a Stoke, dopo che sono scesa dal taxi.

Dopo il primo giorno di lavoro io e la decina di persone che ha iniziato con me siamo andati a prenderci una birra. Siamo andati in quello che poi sarebbe diventato l’unico pub che frequentavamo perché vicino all’ufficio. È un pub inglese molto sporco, dove servono birra a temperatura ambiente in bicchieri appiccicosi. Regna sempre un fetore di urina e i sottobicchieri non vengono cambiati dall’anteguerra. Ma è l’unico in zona. Io lo odio. Se potessi lo raderei al suolo con una ruspa.

Ci sediamo a un tavolo, ognuno ha una pinta di fronte e un ragazzo spagnolo si propone per fare un piccolo brindisi.

«Io ancora non vi conosco,» inizia, «ma quello che già mi piace di voi, di noi, è che se siamo tutti qui adesso, significa che abbiamo una storia da raccontare.»

Mi sono guardata intorno: eravamo due italiani, tre svedesi, un brasiliano, un portoghese, un bulgaro, uno spagnolo e un argentino. Anche io non sapevo nulla di loro, eppure, come me, anche loro avevano un capitolo della loro vita che iniziava con un biglietto di sola andata per Stoke-on-Trent, la città più brutta del mondo.

Ho pensato alle serate passate nella cucina dei vicini, con uno svedese, un bulgaro e un argentino. A chiacchierare del nulla ascoltando Downtown di Petula Clark e Fit but you know it dei The Streets.

Ho pensato al sabato sera in cui quattro colleghi sono passati a prendermi in taxi: aveva appena aperto una nuova pizzeria ed era davvero italiana. Chi l’aveva già provata, diceva la pizza fosse buonissima. Il tassista guidava come un pazzo e continuava a sbattere contro il marciapiedi. A ogni curva salivamo con una ruota sul marciapiedi e siamo arrivati a destinazione che, sebbene ancora a stomaco vuoto, dovevamo già vomitare. Per prima cosa ordiniamo da bere, pronti a impregnarci il baffo di birra. Una parte di noi probabilmente si stava già gustando non dico una Menabrea o una Baladin, ma perlomeno un bel Morettone ignorante da 66.

«Non abbiamo la licenza per servire alcolici, mi dispiace,» ci smonta subito la cameriera.

Ci guardiamo, non diciamo nulla.

«Beh, allora, quante coche?» Rompe il silenzio qualcuno.

«No, non abbiamo nemmeno la Coca-Cola,» incalza subito la cameriera. «Volete un Chinotto?»

«Quanti Chinotti e quanti succhi al melograno?» Chiede l’avvocato. «Che il nostro pazzo Saturday night a Stoke abbia inizio!»

La pizza alla fine era davvero buona, e se devo dire la verità io il Chinotto lo adoro.

Il problema vero dei Saturday night, ma anche Monday e Thursday e qualsiasi giorno a Stoke, non è tanto il trovare cosa fare in prima istanza, perché benché schifoso, un bar in cui entrare lo si può anche trovare o mal che vada andiamo al Tesco prendiamo due casse di birra e si va a casa di qualcuno. A Stoke il problema è trovare cosa fare in un secondo momento, perché alle undici e mezza, mezzanotte qui tutto chiude. Dal bancone suonano una campana che avvisa i clienti che hanno pochi minuti per ordinare l’ultimo drink, prima che le luci si spengano. E allora le possibilità sono due: o si va a casa, o si va al casinò. È così che ho scoperto la passione degli inglesi per il gioco d’azzardo – perché quelle fogne di casinò sono gli unici posti che rimangono aperti fino a tardi, che rimangono aperti sempre. Ci sono andata qualche volta. Non ho mai giocato a nulla, né mi sono mai divertita. I casinò di Stoke mi fanno proprio schifo.

Ho pensato a tutti i barbeque organizzati non appena in cielo c’erano meno di trentanove nuvole e il termometro segnava più di sedici gradi. Non importa che turno facessimo al lavoro, quanto fossimo stanchi o quanto in realtà non conoscessimo il proprietario di casa:

«Bella, ci vediamo là. Anzi, mi mandi il postcode se lo sai?»

Bastava suonare il campanello con qualche birra in mano e unirsi alla festa, dove non mancava mai Gigi D’Ag e dove comunque il Veneto vince sempre.

Ho pensato a quella festa a cui s’era imbucato uno straniero:

«These are eight eight three.»

Stavamo ascoltando gli 883 alle quattro del mattino e sentirli chiamare eight eight three mi aveva fatto ridere per mezz’ora.

«Embè, Beatrì, come li vuoi chiamare in inglese?»

 



 






 



Ho pensato all’unico Bed and Breakfast che io abbia mai visto a Stoke-on-Trent, è sulla strada da casa mia al centro di Newcastle Under-Lyme e su una finestra accanto alla porta ha sempre dominato, per dieci mesi, la scritta “No vacancies”. Ma come no vacancies? Possibile che non ci fosse mai una stanza libera in quel cesso di posto? Che poi, a dire la verità, sembrava anche l’unico posto pseudo carino. La prima volta che l’ho visto ho pensato che se mai i miei genitori fossero venuti a trovarmi, avrei consigliato loro di andare lì. Ma non avrebbero trovato posto – perché “no vacancies” tutto l’anno santo il Signore.





Newcastle Under-Lyme: quante volte mi sono sentita dire:

«Newcastle? Dai ma Newcastle la conosco, è famosa come città! Ma quindi tu vivi lì vicino?» 

No, amici, no. Spegnete MTV e dimenticate Geordie Shore. Poco dopo essere arrivata a Stoke-on-Trent ho scoperto una cosa tremenda: una cosa che mi ha immediatamente fatto odiare questo posto ancora di più. Stoke-on-Trent non è una città. È l’insieme di cinque paeselli merdosi, uno più sfigato, sporco, disagiato e semplicemente brutto dell’altro. I nomi manco li so tutti. Originariamente erano sei, e c’era anche Newcastle Under-Lyme. Newcastle Under-Lyme è vagamente il più carino: e con questo intendo dire che i drogati si sdraiano a smaltire la dose nei vicoletti e non si accasciano nelle piazze principali – come se poi a Stoke-on-Trent ci fossero delle piazze principali. Newcastle Under-Lyme ha ottenuto l’indipendenza e non fa più parte di Stoke-on-Trent ma no, non è la città grande a Nord dell’Inghilterra, dove si fa festa ogni sera, dove ci sono università, locali fighi e probabilmente anche cose incredibilmente fuori dal comune come un municipio, una gelateria e pub che servono birra fresca anche dopo le undici e mezza di sera. No, non vivevo lì vicino. Vivevo dove l’attività più eccitante dei giorni off era andare da Pundland a comprare merendine a una sterlina – ma prima delle cinque eh, perché poi chiude. A Stoke-on-Trent, infatti, solo alcuni supermercati rimangono aperti dopo le cinque e mezza/sei.

Ho pensato ad Haydon House, casa mia per dieci lunghi mesi. Ho pensato ai miei dodici coinquilini e alla nostra cucina in comune: ogni mio piatto aveva sempre un sapore in più – quello della merda che lo stronzo che aveva usato la padella prima di me aveva lasciato incrostata senza pulirla bene. Ho pensato a quel giorno in cui ho cucinato delle banalissime polpette al sugo. È entrato in cucina il mio coinquilino estone, come sempre immerso in una nube di profumo di Abercrombie (che pensavo avesse smesso di andare di moda nel 2010), ha allargato le narici e ha gridato:

«Caspita, che buon profumino? Che ricetta è?»

Ricetta? Boh, zio, ho buttato olio, cipolla, passata di pomodoro, polpette e origano in una padella.

Poi ha aperto il frigo, ha impugnato un pentolino da latte e si è preparato fusilli pollo e maionese.

Ho pensato a tutte le volte che ho messo in ordine i piatti, passato la spugna sopra i tavoli, scosso le briciole dalle sedie e, soprattutto, lavato gli strofinacci. Ho pensato al giorno in cui ho incontrato il mio coinquilino svedese.

«Bea, hai mica visto gli asciugamani della cucina?»

«Li ho appena messi in lavatrice, se vuoi ti presto dello Scottex.»

«Nooo, ma quindi sei tu che li lavi?»

No, si lavano da soli ogni settimana.

«… Sì…»

«Incredibile. Sei tu.»

Lo fisso.

«Non sapevo chi fosse. Eppure li trovavo sempre puliti. Sei una leggenda.»

Non ero come Batman: non ero l’eroina che Haydon meritava, ma anzi io ero quella di cui Haydon aveva bisogno.

Me ne sono andata ormai da una settimana e sono molto preoccupata per le condizioni di quegli strofinacci, lo ammetto.

  






Ho pensato alla festa organizzata per la fine dei mondiali: non abbiamo nessun francese in ufficio, quindi non era un’occasione per gioire effettivamente di una vittoria, no. (Anche perchè chi minchia esulta se vince la Francia?) Noi eravamo felici perché, lavorando in una azienda di scommesse, avevamo chiuso un periodo colmo di stress. Un po’ come un milanese alla fine del Salone del Mobile, dai. Eravamo italiani, spagnoli, greci, bulgari, svedesi, polacchi, messicani e chi più ne ha più ne metta, avevamo tutti un drink in mano – e il fatto che il mio l’avesse ordinato un veneto non era un buon segnale (o forse era un segnale ottimo), eravamo tutti sorridenti e ci guardavamo non tanto come colleghi, quanto più come amici. Poi è partita The riddle, di Gigi D’Ag. Ho pensato a noi italiani che ci stringiamo in cerchio, ci abbracciamo e iniziamo a saltare. Ho pensato che, cazzo, a me quella gente piaceva davvero.




Ho pensato al Ponte della Morte. Quello sotto il quale passavo ogni giorno per andare in ufficio. Non mi ricordo chi mi abbia insegnato il nome Ponte della Morte facendo riferimento a quel tratto di strada, ma ricordo che l’avevo immediatamente fatto mio, e avevo anche iniziato a nominarlo nei messaggi vocali alla mia migliore amica, che poi mi chiedeva a sua volta come fosse andato l’attraversamento del Ponte della Morte. Il Ponte della Morte è in realtà un sottopasso molto scenografico: lo circondano il pub che puzza di piscio, una discarica di tir, un ruscello pieno di siringhe, carrelli del supermercato, sacchetti di plastica, piante morte. È difficile essere soli sotto il Ponte della Morte. Se sei fortunato lo attraversi con un collega, altrimenti puoi trovarci chi si sta semplicemente girando una canna, ma anche chi ha in mano un cucchiaino e una siringa. Ma i miei incontri preferiti sono due. Il primo è avvenuto domenica 29 ottobre 2017, me lo ricordo. Stavo andando da Tesco a fare la spesa, ero arrivata da poco ed ero ancora su di giri. Erano, credo, le due del pomeriggio. Sotto il Ponte della Morte c’erano due ragazzi, anzi, due ragazzini. Saranno stati due liceali. Lei era chinata sopra di lui, mentre lui era seduto ai piedi della ringhiera che protegge dal ruscelletto-cassonetto. Lei gli stava praticando, con profonda e ammirabile dedizione – tenendo conto che non s’era nemmeno accorta della mia presenza, del sesso orale. Quello, insomma, era stato il mio benvenuto a Stoke-on-Trent. Il secondo incontro preferito, invece, è quello con uno Stokkese puro sangue. L’ho incontrato spesso, sia da sola, sia con altri colleghi. Era sempre ubriaco, andava a piedi da Hanley (uno dei centri di Stoke-on-Trent, il peggiore, per essere precisi) a Newcastle Under-Lyme. Era sempre ubriachissimo, con una birra in mano e altra nei sacchetti di plastica che si portava appresso. Era sempre stra ubriaco marcio e si pisciava sempre addosso. Aveva sempre i pantaloni chiazzati all’altezza del birillo e l’alone arrivava fino a metà coscia. L’ho incontrato in piedi, sdraiato sull’erba, seduto sul guardrail. L’importante, però, era incontrarlo e sapere che stava facendo i suoi passi quotidiani. Ho pensato a quanti messaggi vocali ho mandato alla mia migliore amica passando sotto il Ponte della Morte e dicendole:

«Eccoli, Carli, ci sono i soliti drogati… O porca troia, Carli, aspetta uno mi sta seguendo.»

Nessun drogato mi ha mai seguito per più di cinque passi, in realtà. Probabilmente andava solamente a recuperare qualcosa che aveva nascosto alla fine del sottopasso. Ma nella mia testa tornavano vividi tutti i viaggi fatti sulla metro notturna a Milano, mezza nuda su un tacco tredici: non ho mai avuto paura di niente e di nessuno. Anzi, la metro notturna è uno dei motivi per cui amo Milano. Il Ponte della Morte, invece, mi ha spaventata qualche sera, lo ammetto.



  





Ho pensato al Revolution, al Reflex, al Fiction, allo Yates, al Pink, allo Sugarmill, al Gin Palace: a tutte le discoteche e a tutti i locali in cui ho bazzicato in questi dieci mesi. Ho pensato che facevano uno più cagare dell’altro. Ho pensato a tutte le volte in cui avrei preferito spararmi in faccia piuttosto che metterci piede. Ho pensato a Totò, che mi dice sempre che le inglesi scorreggiano nei locali e fanno schifo. Ho pensato a tutte le volte che, invece, in quei posti non solo ci sono entrata, ma mi sono anche divertita ballando fino a mattina presto. Ho pensato alle facce dei miei colleghi il mattino dopo in ufficio, ai messaggi su Skype per darci la forza, per farci i complimenti: eravamo insieme fino a tre ore prima, avevamo i capelli per aria e la fiatella d’alcol e poi eravamo puliti, profumati e assonnati davanti a due schermi del computer.




 











Ho pensato a tutti i post che ho scritto su Facebook parlando male di Stoke-on-Trent, la città che non poteva essere nominata: Stoke-on-Trent era ed è il nome della città in cui ho fallito maggiormente, nello stare bene, nel prendermi cura di me, nel rendermi felice. Stoke-on-Trent è il nome della città che quando ho potuto finalmente lasciare mi ha fatto venire un nodo alla gola. Stoke-on-Trent era la mia comfort zone: anche nello stare male, era il mio posto, l’avevo fatta mia con tanta, tantissima fatica. E benchè sapessi che non sarebbe stata in grado di farmi stare mai davvero bene, non volevo andarmene. Stoke era per me una di quelle relazioni malsane che non vuoi troncare, perché ricominciare tutto da zero fa ancora più paura che soffrire. Perchè a soffrire ci si abitua.

Ho pensato a tutte le volte che mi sono sentita dire che sono ambiziosa. Non lo sono, non lo sono nemmeno un po’. Ho un grandissimo, un enorme e forse eccessivo senso del dovere. Me ne sono andata da Stoke non perché io voglia e possa fare di più, ma perché io devo fare di più. Lo devo fare per mio papà che ha pagato tutti gli studi, per mia mamma che mi ha sempre detto che ero stata bravissima, anche quando avevo preso venticinque e non trenta. Così ho dato le dimissioni, ho fatto le valigie e sono salita su un treno.




Dal treno guardavo per l’ultima volta quegli edifici che tante volte mi hanno fatto pensare che porca troia, le vacanze erano finite ed ero tornata, quegli edifici che non rivedrò mai più.

«Tornerai a trovarci?» Mi ha chiesto il mio coinquilino svedese.

«Non tornerò mai più a Stoke, Casper,» gli ho risposto sinceramente.

«Posso venire a trovarti con Gianluca? E balliamo ancora gli Oasis?»

«Vi sto già aspettando.»

Ho pensato a tutti i soldi che ho guadagnato in questi dieci mesi, ho pensato alla Norvegia, che non mi sarei mai potuta permettere se fossi rimasta a lavorare a Milano. Ho pensato alle frasi del film “The wolf of Wall Street”: 

«I soldi non vi comprano solo una vita migliore, cibo migliore, macchine migliori, fiche migliori. Vi rendono anche una persona migliore. Potete essere generosi con la Chiesa, o con il partito politico che preferite, potete anche salvare quel cazzo di gufo maculato. Io ho sempre voluto essere ricco.»

Anche io ho sempre voluto essere ricca. Eppure Stoke-on-Trent mi ha insegnato la lezione più importante: i soldi no, non fanno la felicità. I soldi a Stoke-on-Trent mi hanno comprato viaggi: in Irlanda del Nord, nella Repubblica d’Irlanda, in tutta la Norvegia, in Italia, in giro per tante città dell’Inghilterra e anche uno in Marocco – chissà se ci andrò davvero, lì. E sì, è vero, i viaggi portano tanta felicità, perlomeno a me. Ma non quando sono una fuga disperata da una realtà che ci sta mangiando vivi. Scrivevo sul calendario il conto alla rovescia, facevo il conto dei giorni che mi separavano dal volo successivo, vivendo in un limbo di continua attesa. E questa no, non è felicità.

Ieri pomeriggio, verso le quattro, ero seduta in un pub di Leeds. Si chiama Tapped e fuori c’era il sole. Stavo bevendo una birra scura di sei gradi e con me c'erano altri cinque italiani. Fissavo una donna seduta accanto alla finestra. Le finestre erano tutte aperte e ci si poteva sedere anche fuori. Sulla testa bionda della donna batteva il sole e i suoi capelli parevano d’oro. Dietro di lei l’insegna di un altro pub, verde. Fuori c’era il vento. Mi piacevano i colori e non riuscivo a smettere di fissare il volto di quella signora: le gote rosse, le labbra bianche di schiuma, i capelli raccolti dorati, il verde dietro, il blu del cielo e il grigio delle immancabili nuvole. Starò bene a Leeds, ho pensato per la prima volta.

Ciao Stoke-on-Trent, un po’ mi mancherai, lo ammetto. Ma solo perché ho conosciuto persone meravigliose. Tu fai e farai sempre schifo alla merda. E sai, a volte ho quasi sperato che qualche mio amico venisse davvero a trovarmi. Sarei stata molto imbarazzata, sì, ma almeno avrebbe visto coi suoi occhi che tutto quello che scrivevo corrispondeva alla realtà.

Sono arrivata a Leeds il 13 agosto 2018, lasciandomi alle spalle una Stoke-on-Trent già disgustosamente ma comprensibilmente fredda, un gruppo di bellissimi amici che mi ha salutata mentre io avevo ancora una pinta in mano, e un bravo ragazzo incomprensibilmente infatuato di me, che scrive poesie.

E ricomincio daccapo, ancora una volta. 






B.

mercoledì 6 giugno 2018

NORVEGIA: IL DIETRO LE QUINTE


Spesso mi sono sentita chiedere come mai viaggio da sola. Ho sempre dato risposte evasive, forse perché nemmeno io sapevo la vera ragione. O meglio: a me stessa dicevo e dico che organizzo i viaggi a caso, di getto, e dunque è impossibile coinvolgere qualcuno in una pianificazione che dura sì e no dieci minuti mentre sono intenta a tagliarmi le unghie dei piedi o rotolare dentro il copripiumone matrimoniale nel tentativo di trovarne gli angoli. 

Avete presente quando sapete di avere delle dolci e buone mele gialle in frigo e a un tratto vi viene voglia di addentarne una? Io no, perché sono allergica alle mele, però immagino che andiate in cucina, afferriate una mela, la laviate e vi affondiate all’interno i vostri denti. Perché? Perché ne avevate voglia. Io so di avere più app di viaggio sul telefono che numeri salvati in rubrica, quindi quando mi annoio e deprimo pensando a quanto sia insignificante la mia vita in questa città (pleonastica perifrasi per dire sempre) cerco voli a caso e li prenoto: tutto nella stessa sera, nell’arco di pochi minuti. Ho prenotato un volo per il Lussemburgo dall’aula di una lezione universitaria, perché la prof parlava a vanvera. E questa non è una scusa: come sarebbe pensabile invitare qualcuno?